Come e perché i cambiamenti climatici influiscono sulla nostra salute

Germana Carillo da greenme.it  04-12-2018

Cambiamenti climatici salute

Sono quasi 500 gli effetti negativi dei cambiamenti climatici individuati da un rapporto shock 

Di inquinamento ci ammala e si muore. Ma si muore anche per il clima che cambia. E si morirà sempre di … Continua a leggere

Rapporto choc: i cambiamenti climatici provocano 467 “piaghe”

La rivista Nature Climate Change ha analizzato 3300 studi sul clima. Ha individuato centinaia di effetti negativi. Che coinvolgeranno la metà della popolazione mondiale

Di Andrea Di Stefano da valori.it
Un nuovo rapporto choc. A pubblicarlo questa volta è Nature Climate Change che, nell’articolo certifica i rischi per la salute umana prodotti dai cambiamenti climatici. Per stimare gli effetti gli autori – una ventina di ricercatori di tutto il mondo, tra i quali spicca il climatologo inglese Ed Hawkins responsabile del progetto di open science Climate Lab Book, hanno passato al setaccio più di 3300 studi e ricerchepubblicate a partire dal 1980 sul clima.

89 capitoli, 10 fenomeni, 6 ambiti di vita

Sono stati identificati dieci fenomeni che toccano sei aspetti cruciali della vita umana: salutealimentazioneeconomiaacquainfrastrutture e sicurezza declinati in 89 sotto capitoli.

L’analisi ha permesso di identificare 467 differenti effetti negativi: dai decessi e le malattie causate dalle inondazioni, incendi e ondate di calore alla distruzione di infrastrutture per effetto di eventi estremi e crescita dell’acqua, dalla perdita di posti di lavoro e la diminuzione della produttività alla crisi del turismo causata dall’acidificazione dei mari e la deforestazione.

Le conclusioni sono in alcuni casi molto allarmanti: una persona su tre rischia di morire per le ondate di calore e metà della popolazione mondiale sarà sottoposta a tre rischi simultanei prodotti dai cambiamenti climatici entro la fine del secolo.

Marsiglia senz’acqua, Sidney e Los Angeles pure

Nel 2100, se le emissioni di CO2 continuassero al ritmo attuale, ad esempio, Marsiglia dovrebbe far fronte a un aumento del riscaldamento globale, siccità, ondate di calore e incendi, un innalzamento del livello del mare, una riduzione della disponibilità di acqua potabile e cambiamenti del mare (temperatura, acidità e ossigeno), la cui forza cumulativa sarà equivalente a tre dei rischi più estremi mai registrati in qualsiasi parte del mondo.

«Questa ricerca conferma che il costo dell’inazione supera di gran lunga il costo della lotta ai cambiamenti climatici», ha dichiarato Michael Mann, climatologo dell’Università della Pennsylvania (USA). Possiamo ancora limitare i danni e le sofferenze future se agiamo rapidamente e in modo determinato per ridurre le emissioni di carbonio.

Governi inerti, soluzioni dal basso

Ma di fronte ai governi «a rischio di retrocedere da un momento all’altro», la soluzione potrebbe venire dal basso, afferma Camilo Mora, professore associato del dipartimento di geografia, Università delle Hawaii e primo autore dello studio: «gli standard sociali ci renderanno tutti più consapevoli delle nostre emissioni e della necessità di limitarle insieme. mentre i politici dovranno allinearsi per trovare soluzioni senza le quali non saranno eletti».

Gli scienziati hanno realizzato una serie di mappe interattive, dalla temperature dell’acqua e del livello del maree agli incendi. E tre video che evidenziano chiaramente cosa cambierebbe tra lo scenario attuale (business as usual) e se si introducessero interventi per una mitigazione moderata o una mitigazione più consistente.

Le conseguenze sull’atmosfera nello scenario attualeLe conseguenze sull’atmosfera in caso di mitigazione moderataLe conseguenze sull’atmosfera in caso di mitigazione forteCO2, nuovi picchi in atmosfera

All’origine dei fenomeni il picco di CO2 nell’atmosfera. I gas serra hanno raggiunto nuovi picchi di concentrazione atmosferica nel 2017, in particolare la CO2, che è di gran lunga il più grande contributore al riscaldamento globale.

L’anno scorso, la concentrazione di anidride carbonica ha raggiunto 405,5 ppm (parti per milione), con un aumento dello 0,32% rispetto al 2016 e del 5,66% rispetto al 2007 (quando era 383,79 ppm).

Prima del periodo industriale, quindi alla fine del 19° secolo, la concentrazione di CO2 era in media di 278 ppm ed era rimasta stabile per migliaia di anni prima di aumentare a causa delle attività umane: la combustione di carbone, petrolio, la produzione di cemento, i trasporti e la deforestazione.

CO2 in atmosfera. Concentrazioni stabile per 1000 anni. FONTE: Le Monde su dati Organizzazione meteorologica Mondiale, Agenzia americana d'osservazione oceani e atmosfera, Centro d'analisi e informazione su CO2
CO2 in atmosfera. Concentrazioni stabile per 1000 anni. Poi da fine 800 l’impennata. FONTE: Le Monde su dati Organizzazione meteorologica MondialeAgenzia americana d’osservazione oceani e atmosferaCentro d’analisi e informazione su CO2

Il trend dell’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera è emblematico: siamo partiti da 0,86 ppm all’anno per gli anni ’60, di 1,90 ppm per gli anni 2000, e abbiamo raggiunto 2,39 ppm all’anno per il periodo 2010-2017.

Cambiamenti climatici, conseguenze irreversibili

«I dati scientifici sono inequivocabili. Senza una rapida riduzione delle emissioni di gas serra, comprese le emissioni di CO2, i cambiamenti climatici avranno conseguenze irreversibili e sempre più distruttive per la vita sulla Terra», ha affermato l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), un’agenzia delle Nazioni Unite. «L’ultima volta che la Terra aveva un contenuto di CO2 paragonabile era da 3 a 5 milioni di anni fa: la temperatura era più alta di 2 o 3 °C e il livello del mare era 10 a 20 metri dal livello attuale», ha aggiunto il segretario generale dell’OMM Petteri Taalas.

Cop24, tempo scaduto! Oltre gli accordi, bisogna agire

clicca qui  per l’articolo originale Francesca Mancuso

 03-12-2018

cop24

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Fino a che punto gli accordi di Parigi sul clima sono stati rispettati?

Dal 3 dicembre a Katowice in Polonia i Paesi Onu faranno il punto sulle politiche di contrasto al surriscaldamento globale. Un punto sullo stato di attuazione degli obiettivi fissati nel 2015

Fino a che punto gli accordi di Parigi sul clima sono stati rispettati?

A fare la fortuna di Katowice a metà dell’Ottocento furono almeno due fattori. Innanzitutto, la posizione geografica nel cuore della Slesia, all’incrocio tra due importanti assi di comunicazione: quello est-ovest, che collegava Leopoli e il confine con l’Impero Russo con Breslavia e poi Dresda, e quello sud-nord, che collega, via Brno, Vienna con Danzica sul Mar Baltico. Katowice, che riceve lo status di città nel 1865, è anche uno dei motori industriali della Prussia in piena accelerazione industriale, poco prima che diventi Impero tedesco. Il carburante di quella stagione è il carbone, come racconta il Walcownia Cynku, il museo della storia industriale della città, che sorge appropriatamente a due passi dal terminal ferroviario.

È ironico che nel cuore del proprio distretto industriale la Polonia abbia deciso di ospitare la Conferenza delle Parti numero 24 (COP), il meeting annuale dell’Organismo quadro delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico.

La Conferenza di Katowice (3-14 dicembre 2018) sarà un momento decisivo nel dibattito mondiale sul cambiamento climatico. Arriva esattamente a metà strada tra la firma degli Accordi di Parigi del 2015, quando 197 paesi si sono impegnati a contenere il surriscaldamento globale entro i 2 °C, e il 2020, quando è previsto che gli effetti degli Accordi si traducano in azioni dei governi. Il documento di Parigi, infatti, segnava un impegno ancora astratto da parte dei firmatari, che ora sono chiamati a indicare concretamente come intendono ridurre le emissioni di gas serra e limitare il consumo energetico in modo da riuscire a raggiungere quello che viene indicato come “obiettivo del secolo”: arrivare al 2100 senza che le temperature medie del Pianeta mettano a repentaglio la nostra sopravvivenza.

Geopolitica e clima

Sullo sfondo del lavoro attorno alle misure da intraprendere, ci sono le lunghe ombre di uno scontro politico tra Unione Europea e Cina da una parte, e Stati Uniti dall’altra. L’America di Trump è, finora, l’unico paese che abbia chiesto di uscire dagli accordi firmati allora da Barack Obama, in un clima politico interno ben lontano da quello attuale. Già l’anno scorso, quando il Presidente USA aveva ventilato l’ipotesi dell’uscita (con anche un ripensamento a inizio 2018), la Cina si era fatta sentire per bocca del viceministro degli esteri, Liu Zhenmin, che diffidava gli Stati Uniti a comportarsi come con il Protocollo di Kyoto, mai ratificato dagli americani.

A complicare la situazione si sono messi di mezzo i risultati delle elezioni di metà mandato, che hanno consegnato la Camera ai Democratici, ma rafforzato il Senato a maggioranza Repubblicana. In questa distribuzione della forza politica, appare difficile che i Democratici possano fare sufficiente pressione sulla Casa Bianca perché la discussione sul clima e gli Accordi di Parigi possa tornare al centro dell’azione di governo. Inoltre, lo scenario geopolitico attorno al clima potrebbe cambiare ulteriormente con l’elezione di Jair Bolsonaro che, per sua stessa ammissione, vuole far diventare il Brasile un ulteriore ostacolo alla decarbonizzazione mondiale.

Nel frattempo, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha pubblicato, su richiesta proprio delle parti firmatarie dell’Accordo di Parigi, un nuovo report che tratteggia le conseguenze di un scenario a fine secolo non più a +2 °C, ma a +1,5 °C. Il report è da considerarsi un allarme in piena regola. Occorre agire subito, senza indugiare ulteriormente, altrimenti il tempo rischia di non essere sufficiente.

La Terra del 2018: CO2, acqua, foreste

Gli obiettivi fissati da Parigi e ricordati in modo pressante dall’IPCC nel report di ottobre 2018 passano tutti attraverso un imperativo ormai categorico: la riduzione drastica delle emissioni di gas serra. Secondo l’IPCC, contenere il riscaldamento globale entro il grado e mezzo in questo secolo vorrebbe dire concretamente raggiungere le emissioni zero di gas serra entro il 2050. Un obiettivo che nei fatti pare irrealistico, soprattutto considerando i nostri modelli economici e anche gli scenari geopolitici ed energetici da qui al 2040, scenari che non prevedono in alcun modo l’uscita di scena dei combustibili fossili. I combustibili fossili, infatti, sono i principali colpevoli dell’emissione di gas serra, tra cui il diossido di carbonio, meglio conosciuta come anidride carbonica (CO2).

Ci sono diversi dati che quantificano quanta COviene emessa da attività umane legate alla produzione di energia primaria (elettricità, trasporti). Nel 2017, il Global Energy & CO2Status Report dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) fornisce la cifra (record) di 32,6  miliardi di tonnellate di anidride carbonica emessa, un aumento di 1,4% rispetto al 2016. Aumento dettato dalla crescita economica mondiale e dall’abbassamento dei prezzi di petrolio e carbone nel 2017. La IEA specifica che l’aumento di emissioni dal 2016 non è uniforme nel mondo: rallentano un po’ quelle di USA, Regno Unito, Messico e Giappone, mentre crescono quelle della Cina (+2%). Ma ad aumentare è in generale la richiesta di energia mondiale: 2,1% in più rispetto al 2016.

Se guardiamo invece a livello territoriale, le emissioni totali di CO2 sono guidate dalla Cina, così come emerge dai dati forniti da Global Carbon Atlas. La Cina è dal 2006 – da quando ha scalzato gli Stati Uniti, da lì stabilmente secondi – il paese che emette più diossido di carbonio: nel 2016, Global Carbon Atlas riporta di 10,2 giga tonnellate emesse dal colosso asiatico, quasi 4 giga tonnellate in più rispetto al 2006.

In ogni caso, il dato che conferma quanto sia urgente limitare le emissioni di gas serra è la quantità di CO2 in atmosfera. La NASA riporta una serie storica di registrazioni effettuate alle Hawaii, presso l’Osservatorio Mauna Loa: a settembre 2018 il diossido di carbonio in atmosfera era di 409 parti per milione (ppm). Nei 400 mila anni precedenti l’età industriale, la CO2atmosferica è sempre stata sotto quota 300 (il Greenhouse Gas Bulletin della World Meteorological Organization fissa la cifra massima a 280 ppm nell’età preindustriale). Dopo il 1950, la CO2 atmosferica è schizzata ben oltre la quota 300, raggiungendo e superando pure quota 400 ppm. In questo aumento il contributo umano è inequivocabile. Si stima che delle emissioni totali derivate da attività umane nella decade 2006-2015, il 44% della CO2 sia stata accumulata in atmosfera, il 26% nell’oceano e il 30% nel suolo.

Per abbassare questo livello di CO2 nell’atmosfera e porre un freno al riscaldamento dovuto all’effetto serra di questo gas non occorrerebbe soltanto limitare e poi portare a una soglia prossima allo zero le emissioni, ma anche togliere CO2accumulata, cioè produrre emissioni negative. Sul tavolo ci sono alcuni progetti tecnologici all’avanguardia, ma non solo: un naturale alleato sono le piante, ovvero naturali consumatrici di CO2. Eppure, invece di affrettarci a stringere questa alleanza, a livello globale continuiamo a produrre deforestazione.

I dati sulla distruzione delle foreste, forniti da Global Forest Watch sono sconfortanti: tra il 2000 e il 2017 abbiamo perso 337 milioni di ettari di foreste (-8,4% dal 2000), causando emissioni di 24,7 Gt di diossido di carbonio. Secondo un rapporto del World Resources Institute, solo nel 2017 sono andati perduti 16 milioni di ettari. La perdita di alberi e vegetazione contribuisce drasticamente all’aumento di CO2 in atmosfera, risultando una delle cause più drammatiche del cambiamento climatico.

Il riscaldamento globale, inoltre, ha evidenti conseguenze sulle acque del nostro pianeta. In questo senso, la NASA riporta dati allarmanti. Nell’ultima decade, i ghiacci del Mar Glaciale Artico sono calati del 12,8%. In calo anche l’estensione dei ghiacciai della Groenlandia (-286 Gt di ghiaccio all’anno) e anche quelli dell’Antartide (-127 Gt all’anno).

Diretta conseguenza dello scioglimento dei ghiacci è l’innalzamento del livello dei mari. I satelliti NASA riportano un tasso di crescita media annua di 3,2 millimetri, per altro in accelerazione di anno in anno (un’accelerazione stimata di circa 0,084 mm all’anno, così come indicato da uno studio dell’Università del Colorado citato da National Geographic). Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), inoltre, il livello medio dei mari globali nel 2017 è di 77 millimetri maggiore rispetto alla prima rilevazione, avvenuta nel 1993. Inoltre, il 2017 è stato il sesto anno consecutivo – e il ventiduesimo su ventiquattro anni di rilevazioni – in cui c’è stato un aumento rispetto al precedente.

Il riscaldamento globale innalza i mari sia perché scioglie i ghiacci ma anche, specificano NASA e NOOA, perché causa l’aumento del volume delle acque marine. Non solo: gli effetti del riscaldamento globale danneggiano anche le acque continentali (fiumi, laghi, torrenti), portando siccità nelle zone interne e mettendo a rischio alluvioni e allagamenti le aree costiere. Per cui gli effetti del cambiamento climatico avranno conseguenze diverse a seconda delle aree: la zona mediterranea in particolare, scrive NOOA, è fortemente indiziata a soffrire di severe e drammatiche carenze di acqua potabile nel prossimo futuro.

Scenari futuri: energie rinnovabili e modelli sostenibili

La IEA ha recentemente pubblicato il rapporto World Energy Outlook 2018, nel quale l’Agenzia esamina e propone tre scenari sul futuro dell’energia e, di conseguenza, sul futuro delle emissioni e dell’ambiente da qui al 2040.

Se il nostro modello geopolitico ed economico non dovesse cambiare da qui al 2040 – non mettendo quindi in pratica nemmeno le INDC, Intended Nationally Determined Contributions, ovvero i contributi previsti stabiliti a livello nazionale, seguenti all’accordo di Parigi – i combustibili fossili tra due decenni occuperanno il 78% della quota di produzione di energia primaria (oggi questa quota è all’81%). Il calo della quota percentuale sarebbe irrisorio. Se traduciamo questo dato in termini assoluti vediamo che le emissioni, da qui al 2040, in questo scenario aumenterebbero di 10 giga tonnellate annue (arrivando alla quota di 42,5 Gt). Di fatto, stando al report IPCC, questo scenario suona come una macabra visione per il futuro del nostro pianeta.

Se invece si metteranno in atto politiche più sostenibili, atte a contenere il peso dei combustibili fossili, le emissioni ne beneficeranno e sarà un primo passo per cercare di contenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi. Anche perché la chiave, in termini di emissioni ed energia, è esattamente quella di limitare il più possibile l’impatto di carbone, petrolio e gas nell’approvvigionamento di energia. Nella migliore delle ipotesi, la IEA vede la quota di energia prodotta da combustibili fossili (petrolio-carbone-gas) ridursi al 60%. In questo caso, le emissioni sarebbero ridotte in termini assoluti a 17,6 Gt di CO2 annue.

Un calo di circa il 40% rispetto a oggi. Le rinnovabili salirebbero di 20 punti percentuali dal 2017: un salto incoraggiante, ma ancora insufficiente per togliere la maggioranza assoluta ai combustibili fossili. E questo è lo scenario più ottimistico fornito dall’Agenzia.

Tuttavia, l’IEA propone anche uno scenario in cui vengano praticate soltanto le politiche energetiche promesse a livello nazionale dopo Parigi. Questa prospettiva è troppo timida. Se attuate anche fedelmente, queste politiche farebbero letteralmente il solletico ai combustibili fossili, riducendo in quota percentuale solo di 7 punti l’ampia leadership attuale sulla quota totale di energia, che scenderebbe solo al 74%. In questo caso, poi, le emissioni di CO2 aumenterebbero rispetto a oggi: da 32,6 Gt a 35,9 in questo 2040.

Queste simulazioni dell’IEA non lasciano spazio a troppi dubbi. Sul versante energetico, serve un cambio di rotta deciso. Leggeri aggiustamenti del timone non bastano. E l’unico modo per virare in modo efficace è limitare i combustibili fossili. Oggi, le rinnovabili considerate complessivamente (idroelettrico, solare, eolico, ecc…) forniscono 1334 Mtoe (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) su una domanda totale di energia primaria stimata su poco meno di 14 mila Mtoe. Il nucleare fa circa la metà.

Nello scenario più conservativo, le rinnovabili al 2040 raddoppierebbero, in quello di cambiamento “timido” arriverebbero a 3014 Mtoe mentre nello scenario più sostenibile dovrebbero superare quota 4000 Mtoe. E tutto questo con una retrocessione della triade petrolio-carbone-gas ancora troppo lenta, così come troppo lenta sembrerebbe la crescita delle rinnovabili, anche nelle più rosee previsioni.

Mezzo grado fa la differenza

La pubblicazione dell’ultimo report dell’IPCC ha messo a confronto il futuro del nostro Pianeta se si contiene il surriscaldamento a 1,5 °C rispetto ai 2 °C sui quali si sono già impegnati i firmatari di Parigi. Mezzo grado sembra poca cosa, ma in realtà può fare un’enorme differenza in termini di conseguenze sull’ambiente e sul numero di persone colpite dalle conseguenze del cambiamento. Per esempio, a +1,5 °C, gli esperti prevedono che la copertura di ghiaccio del mare Artico si manterrebbe anche d’estate. A +2 °C, la probabilità di estati senza ghiaccio sono 10 volte maggiori, mettendo a repentaglio l’habitat di orsi polari, balene e molte altre specie di animali.

A essere colpite sarebbero comunque tutte le specie di animali e piante, compresi gli insetti, con i ruoli fondamentali che ricoprono negli ecosistemi del mondo, come per esempio quello di impollinatori. E come più volte segnalato dagli esperti di tutto il mondo, le barriere coralline potrebbero già essere condannate senza appello: nello scenario a +1,5 °C assisteremo a “molto frequenti morti di massa” dei coralli, mentre a +2 °C la loro scomparsa è praticamente certa.

Per quanto riguarda la popolazione umana, a +2 °C la calura estrema che già colpisce alcune aree della Terra diventerebbe più comune, facendo aumentare i giorni con una temperatura eccezionalmente alta. A farne le spese saranno soprattutto le fasce della popolazione più deboli (anziani e malati) e le nazioni più povere.

Un’altra delle conseguenze dell’aumento delle temperature medie è la diffusione di fenomeni di siccità estrema. E tra le zone più colpite, secondo gli esperti dell’IPCC, è da contare l’area mediterranea, dove “l’incremento della siccità sarà particolarmente forte”.

Un altro modo in cui la variazione di temperatura colpirà direttamente l’uomo è con l’innalzamento dei livelli dei mari, che come abbiamo visto è un trend non solo in corso, ma anche in aumento. Anche qui, mezzo grado può stabilire a che velocità procederà questa accelerazione. Oltre a preoccuparci per la scomparsa potenziale di siti archeologici e storici come Venezia, dovremmo preoccuparci della scomparsa di intere isole, soprattutto nell’area pacifica, dove i piccoli stati-arcipelago hanno più volte – ma di fatto senza reali effetti – alzato la voce contro le potenze mondiali, accusate di non prendere sufficientemente in considerazione il pericolo della scomparsa di intere nazioni.

Infine, con il contenimento a +1,5 °C, i raccolti agricoli rimarrebbero più abbondanti. Questo è vero soprattutto per le aree più sensibili all’innalzamento della temperatura perché già fragili, come l’Africa subsahariana, nel Sudest asiatico e in America Latina.

Questi sono i temi sui quali si vedranno gli effetti delle decisioni prese a Parigi, Katowice e nelle prossime COP da qui alla fine del secolo. Lo scenario dipinto dal report dell’IPCC, sommato alle previsioni sulla domanda e sulla produzione di energia dei prossimi anni, mette di fatto il mondo di fronte a due strade da percorrere. Una porta alle peggiori conseguenze e agli scenari più negativi per la vita di milioni di persone in tutto il mondo, ed è quella con una temperatura globale media più alta di 2 °C; l’altra a +1,5 °C è probabilmente più faticosa e, comunque, non eviterà del tutto che molte persone e l’ambiente soffrano drammatiche trasformazioni. Tertium non datur.

Articolo realizzato in collaborazione con Eni.

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Commissione Ue: niente revisione del taglio emissioni a breve termine. Legambiente: “Piano inadeguato”

clicca qui per l’articolo originale da ilfattoquotidiano.it

Commissione Ue: niente revisione del taglio emissioni a breve termine. Legambiente: “Piano inadeguato”
Bruxelles esclude di rivedere il target di riduzione delle emissioni al 40% per il 2030, come auspicato invece dalle associazioni ambientaliste e dalla lettera inviata da dieci ministri di altrettenati Paesi. L’obiettivo è realizzare l’Accordo di Parigi

Zero emissioni nette a effetto serra con un’
Europa a impatto zero sul clima entro il 2050, ma nessuna modifica del target a breve termine per tagliare le emissioni di almeno il 40% nel 2030. Questa la visione strategica presentata da Maros Sefcovic, vicepresidente della Commissione europea e commissario europeo per l’unione energetica e dal commissario al clima Miguel Arias Canete. Si prevede che la scelta delle emissioni zero porterà investimenti per 300 miliardi l’anno, ma affinché questa strategia si concretizzi, è necessario “aumentare gli sforzi”. Così come sottolineato anche nella lettera inviata nei giorni scorsi alla Commissione dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa e da altri nove colleghi di altrettanti Stati, che chiedevano di rivedere anche il target a breve termine per tagliare le emissioni entro il 2030. La strategia presentata dalla Commissione è un passo in avanti: si punta a una Unione europea che guidi la lotta globale al cambiamento climatico per realizzare l’Accordo di Parigi. “L’impatto climatico zero è necessario, possibile e nell’interesse dell’Europa – ha dichiarato Canete – nessun cittadino e nessuna regione europea saranno lasciati indietro”. Per Legambiente si tratta comunque di una “risposta inadeguata”, mentre il Wwf invita a “raggiungere le emissioni zero di carbonio più velocemente, entro il 2040”.

La strategia proposta dalla Commissione europea – L’Ue dovrebbe dunque essere “la prima economia al mondo ad avere zero emissioni nette a effetto serra nel 2050”, per rispettare così gli impegni sul clima di Parigi e contenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto di due gradi. Una necessità, secondo il rapporto Global Warming presentato al recente summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc). “Non possiamo permetterci il costo dell’inazione” ha avvertito il commissario al clima Miguel Arias Canete, secondo cui la scelta delle emissioni zero “porterà investimenti per 300 miliardi l’anno, un aumento del 2% di Pil entro il 2050, risparmi da 200 miliardi annui in sanità e il 40% in meno di morti premature da smog, oltre a un taglio del 70% dei costi delle importazioni energetiche pari a 2-3mila miliardi di euro fino al 2050”.

La strategia presentata dalla Commissione punta a una Unione europea che guidi la lotta globale al cambiamento climatico

Gli obiettivi per il 2030 non saranno rivisti – Bruxelles esclude di rivedere il target di riduzione delle emissioni al 40% per il 2030, come auspicato invece dalle associazioni ambientaliste e dalla lettera inviata da dieci ministri di altrettanti Paesi. Secondo la Commissione, infatti, se correttamente applicato il pacchetto attuale su clima-energia porterà a una riduzione del 45% della CO2 per il 2030 e del 60% per il 2050. Il documento parla chiaro: “La strategia qui proposta non intende lanciare nuove politiche né la Commissione intende rivedere gli obiettivi per il 2030”.

Gli scenari delineati  – Tra gli otto scenari delineati da Bruxelles, solo l’ultimo riesce a raggiungere emissioni di CO2 neutrali da un punto di vista ambientale ed è quello che combina a tutto campo azioni massicce sul fronte di rinnovabili, efficienza energetica, biocarburanti avanzati sostenibili, economia circolare, elettrificazione spinta, uso di idrogeno ed e-carburanti e una mobilità alternativa, oltre al pieno coinvolgimento del settore agricolo e forestale. Combinazioni solo parziali o limitate di sforzi in questi ambiti raggiungerebbero – mostrano gli altri sette scenari – impatti che si fermerebbero all’80, 85 o 90%. Nel documento approvato a pochi giorni dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento climatico del 2018 (COP24), che si terrà a Katowice, in Polonia, a partire dal 2 dicembre, la Commissione Ue ha elaborato tre opzioni che costituiscono la base dei negoziati tra i governi per l’adozione di una strategia climatica europea di lungo termine. La prima opzione prevede una riduzione delle emissioni entro il 2050 dell’80%; la seconda una riduzione del 90% al 2050 con completa decarbonizzazione entro il 2070 e la terza, quella preferita dalla Commissione, prevede zero emissioni nette entro il 2050 con una riduzione delle emissioni del 95% ed il 5% di assorbimenti di carbonio (carbon removals) attraverso azioni agro-forestali.

Greenpeace: “Questo è il nostro momento della verità e il piano della Commissione ci lancia un’ancora di salvezza”

Le azioni da intraprendere – Sono diversi gli step da seguire per trasformare in realtà l’Accordo di Parigi. Massimizzare l’efficienza energetica con edifici a zero emissioni e sviluppo di rinnovabili, trasformare l’industria Ue e usare l’economia circolare come chiave per ridurre le emissioni, sviluppare un’infrastruttura adeguata di reti e interconnessioni intelligenti, sfruttare appieno i benefici della bioeconomia e creare pozzi di assorbimento del carbonio. E ancora elettricità per decarbonizzare completamente le forniture energetiche dell’Europa, una mobilità pulita e connessa e impianti di cattura e stoccaggio di CO2.

Per Legambiente “risposta inadeguata” – Le reazioni degli ambientalisti sono state diverse. La più dura è certamente quella di Legambiente, secondo cui la strategia proposta dalla Commissione europea “è inadeguata rispetto alla crisi climatica che stiamo vivendo e le cui conseguenze, come l’amplificarsi degli effetti di frane e alluvioni, sono sotto gli occhi di tutti”. Sebbene l’opzione zero emissioni nette entro il 2050, preferita dalla Commissione, rappresenti un significativo passo in avanti rispetto alle altre due, per Legambiente “è anch’essa insufficiente”. Per contribuire a contenere l’innalzamento della temperatura entro la soglia critica di 1.5°C, secondo l’associazione l’Europa deve impegnarsi a raggiungere zero emissioni nette entro il 2040. “In Europa e in Italia – spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – ci sono tutte le condizioni per sfruttare appieno le nostre potenzialità economiche imprenditoriali e tecnologiche andando ben oltre il 55% entro il 2030, proposto già da diversi governi europei e dall’Europarlamento”. Per Legambiente è fondamentale che l’adozione del nuovo obiettivo al 2030 avvenga nel Consiglio Europeo del maggio 2019 chiamato ad approvare la Strategia europea di lungo termine.

Più cauti Greenpeace e Wwf – Diversa la posizione di Greenpeace. “Questo è il nostro momento della verità e il piano della Commissione ci lancia un’ancora di salvezza” ha dichiarato la direttrice per la politica climatica ed energetica dell’organizzazione. Secondo il Wwf il piano della Commissione “è un passo necessario per rispondere alla crisi climatica”, anche se, come spiega la responsabile clima ed energia del Wef  Italia Mariagrazia Midulla, “dobbiamo raggiungere le emissioni zero di carbonio più velocemente, entro il 2040”. Il Wwf sollecita gli Stati membri dell’Ue a “sostenere l’obiettivo di zero emissioni di carbonio per l’Europa”, reputando che l’approccio migliore e più sicuro sia la rapida diffusione di tecnologie “che già abbiamo a portata di mano” e ritenendo “altamente rischioso affidarsi alla bioenergia unita a una tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio ancora non collaudata su larga scala”.

Sono le emozioni negative e non lo stress a logorarci il cervello. Lo studio

emozioni negative e stress

Le negatività provoca un declino cognitivo più rapido, ecco perché dovremmo essere più positivi! da greenme.itAttenzione alle emozioni negative: potrebbero mandarvi in pappa il cervello. È più o meno questa la conclusione cui sono giunti alcuni ricercatori americani che hanno analizzato il declino cognitivo negli anziani sottoposti a stress.

Secondo uno studio dell’Università di Stato dell’Oregon, in sostanza, non è tanto lo stress a rovinarci le giornate, quanto le emozioni negative e come affrontiamo il logorio quotidiano e le difficoltà della vita di tutti i giorni.

Dai dati è emerso, infatti, che vi è un peggioramento delle funzioni cognitive nelle persone che provano emozioni negative quando si trovano in situazioni stressanti. Un motivo in più per cominciare a pensare positivo.

Per giungere a queste conclusioni, gli studiosi americani hanno seguito per 2 anni e mezzo un gruppo di 111 persone tra i 65 e i 95 anni. Ogni sei mesi, i partecipanti sono stati sottoposti ad alcuni questionari per conoscere le loro abilità cognitive. In più, ogni partecipante doveva raccontare se tutte le situazioni stressanti vissute da soli, in famiglia o con amici e spiegare le loro emozioni indicandole in una scala di varia intensità da “positive” a “negative”. Inoltre gli esperti hanno raccolto informazioni sulle condizioni fisiche dei volontari.

Al termine delle indagini è venuto fuori che coloro che reagivano per lo più alle situazioni stressanti con emozioni ancora più negative, avevano prestazioni cognitive più scarse rispetto alle persone che invece reagivano con emozioni più positive. In più il team ha scoperto che per le persone tra i 70 e i 90 anni lo stress aumentava il declino cognitivo, discorso non valido per i soggetti tra i 60 e i 70 anni.

Tutto a dimostrazione del fatto che il modo in cui riusciamo ad affrontare la vita quotidiana influenza non solo il nostro umore, ma anche le nostre funzioni cognitive e affrontare le difficoltà con emozioni positive ci aiuta a mantenere il nostro cervello in salute!

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Germana Carillo

Effetti sulla salute associati all’esposizione ai PFAS

06/11/2018 07:45

L’audizione presso il Congresso degli Stati Uniti d’America del NIEHS in tema di PFAS è stata l’occasione per presentare i risultati di alcune ricerche in materia

Effetti sulla salute associati all'esposizione ai PFAS

Dalle sale del Congresso degli Stati Uniti ad un raduno internazionale a Zurigo, oggi scienziati, ricercatori, legislatori, politici stanno cercando di rispondere alle crescenti preoccupazioni per la salute umana derivanti da una classe di sostanze chimiche note con l’acronimo PFAS.

Le sostanze per-fluoro-alchiliche (PFAS), per le loro peculiari caratteristiche fisiche e chimiche, sono state ampiamente utilizzate dagli anni ’50 nell’industria e nel commercio e sono pertanto presenti in diversi prodotti comuni (pentole antiaderenti, indumenti idrorepellenti, tessuti e tappeti resistenti alle macchie, alcuni cosmetici, alcune schiume antincendio e prodotti resistenti a grasso, acqua e olio).

Le stesse peculiarità rendono tuttavia queste sostanze altamente persistenti e diffuse in tutti i comparti ambientali con una presenza particolarmente rilevante nel comparto idrico e ne sono ormai riconosciuti gli effetti sulla salute umana.

Gli esseri umani sono esposti ai PFAS attraverso una miriade di pratiche e prodotti. L’ingestione, in particolare attraverso l’acqua potabile, è la via di esposizione umana predominante; dopo anni di utilizzo, i PFAS sono stati infatti trovati sia nelle acque superficiali che in quelle sotterranee, causando esposizione, oltre che attraverso l’ingestione, anche per inalazione durante la doccia e per assorbimento cutaneo. I contenitori per gli alimenti, l’abbigliamento e i mobili resistenti alle macchie costituiscono altri possibili percorsi di esposizione per l’uomo.

Le attuali conoscenze relative agli effetti sulla salute umana derivano da studi condotti su animali e da indagini epidemiologiche su lavoratori e popolazioni esposte, svolti principalmente negli Stati Uniti. La ricerca condotta fino ad oggi ha rilevato associazioni tra esposizione a PFAS e specifici effetti negativi sulla salute umana; qui riportiamo gli esiti di alcune ricerche che sono stati presentati in occasione dell’audizione del National Institute of Environmental Health Sciences (NIEHS) e del National Toxicology Program (NTP) presso il Congresso degli Stati Uniti d’America lo scorso settembre 2018.

Possibili effetti avversi sulla salute umana

  • Disfunzioni del sistema immunitario: nel 2016, il National Toxicology Program (NTP) ha concluso che il PFOA e il PFOS (due PFAS più comunemente usati e trovati nell’ambiente) sono considerati un rischio per la funzione del sistema immunitario sano negli esseri umani; l’esposizione degli adulti ai PFAS è stata anche associata ad una diminuzione nella produzione di anticorpi.
  • Cancro: i dati epidemiologici sulle associazioni tra PFAS e rischio di cancro sono limitati, gli studi condotti mostrano che le persone esposte ad alti livelli di PFAS possono avere un aumento del rischio di cancro al rene o ai testicoli, tuttavia, questi studi potrebbero non aver esaminato altri fattori come il fumo. Altre ricerche condotte su animali hanno dimostrato come PFOA e PFOS possono causare cancro al fegato, ai testicoli, al pancreas e alla tiroide. Tuttavia, alcuni scienziati ritengono che gli esseri umani potrebbero non sviluppare gli stessi tumori degli animali.
  • Sviluppo cognitivo e neurocomportamentale dei bambini: alcuni studi epidemiologici sull’uomo hanno mostrato associazioni tra alcuni PFAS ed effetti sullo sviluppo. Uno studio sull’uomo ha rilevato un’associazione tra esposizione ai PFAS durante la gravidanza e diminuzione del peso alla nascita e della circonferenza della testa, solo nei maschi. Altri studi hanno dimostrato relazioni tra esposizione prenatale a determinati PFAS (soprattutto PFOS) ed effetti neurocomportamentali come, ad esempio, abilità cognitive, sviluppo psicomotorio, disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività.
  • Disturbi endocrini: gli studi suggeriscono che l’esposizione precoce ad alcuni PFAS può contribuire allo sviluppo di malattie metaboliche, tra cui l’obesità e il diabete di tipo 2. Sebbene sia necessaria un’ulteriore conferma, i risultati di uno studio suggeriscono che l’esposizione ad alcuni PFAS durante la gravidanza possa influenzare il metabolismo dei lipidi e la tolleranza al glucosio. Sembra che alcuni PFAS possano anche influenzare il peso corporeo più avanti nella vita. La fertilità è un altro risultato correlato agli effetti endocrini: una revisione della letteratura sulle recenti prove epidemiologiche umane sull’associazione tra esposizione ad alcuni PFAS e misure di fertilità umana mostra il potenziale di effetti sulla fecondabilità femminile (cioè la probabilità di concepimento).

Dalla sommaria rassegna degli studi condotti, emerge senza dubbio come sia necessario intensificare la ricerca in questo campo; se infatti negli ultimi anni la conoscenza delle associazioni epidemiologiche è costantemente cresciuta, molte domande rimangono ancora senza risposta ed occorre migliorare la comprensione dei potenziali meccanismi e processi biologici attraverso cui i PFAS possono avere un impatto sulla salute umana. Un gruppo di oltre 50 scienziati e regolatori internazionali si è riunito nel novembre 2017 a Zurigo, in Svizzera, e ha identificato e condiviso esigenze ed obiettivi in materia di PFAS, formulando raccomandazioni per tutti coloro che svolgono ricerca, legiferano ed utilizzano tali sostanze, esortandoli a collaborare. Al termine del workshop è stato redatto un documento (così detta dichiarazione di Zurigo), che è stato anche pubblicato ad agosto scorso sulla rivista Environmental Health Perspectives.

Per approfondimenti visita anche il sito Web dell’Agenzia statunitense per le sostanze tossiche e il registro delle malattie

Testo di Maddalena Bavazzano

467 modi in cui i cambiamenti climatici stanno già cambiando la nostra vita

AMBIENTE  da lifegate.it Pubblicato il 27 NOV 2018 di ANDREA BAROLINI
Uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Nature Climate Change spiega in che modo i cambiamenti climatici già colpiscono la nostra quotidianità.

cambiamenti climatici non si manifestano soltanto con gli uragani sempre più potenti che colpiscono l’America centrale, né solo con i fenomeni eccezionali come quelli ai quali si è assistito in Italia nel corso dell’autunno. Le conseguenze degli stravolgimenti imposti al clima dalle attività umane sono in realtà già presenti in tutti i settori cruciali della vita dell’uomo. Dalla salute al cibo, dall’acqua all’economia, dalle infrastrutture alla sicurezza.

cambiamenti climatici conseguenze

I cambiamenti climatici non si manifestano solo con le loro conseguenze più eclatanti, come lo scioglimento dei ghiacci polari © Mario Tama/Getty Images

Decessi, fame, malattie: l’impatto sulla salute è già devastante

A certificarlo è un vasto studio pubblicato il 19 novembre dalla rivista scientifica Nature Climate Change. Secondo il quale l’umanità paga il prezzo della risalita della temperatura media globale, dovuta alla concentrazione di gas ad effetto serra nell’atmosfera terrestre, in ben 467 modi differenti.

Leggi anche: CO2, nuovo record. L’atmosfera terrestre sempre più satura

Nell’analisi vengono citate ad esempio le morti legate ai casi di ipertermia, nel corso delle ondate di calore che colpiscono zone non abituate a temperature così alte. Ma anche i decessi legati agli annegamenti dovuti alle inondazioni e quelli provocati dalle siccità estreme. Basti pensare che nella sola Etiopia, la fame causata dalla mancanza anormale di piogge ha provocato dal 1980 ad oggi 800mila morti. Ma sono stati conteggiati anche coloro che perdono la vita nel corso delle tempeste o asfissiati per via di incendi (come nel caso recente che ha riguardato la California).

A tutto ciò si aggiungono le persone che non muoiono ma la cui salute è compromessa dalle mutate condizioni climatiche. In questo senso, lo studio ricorda la recrudescenza di epidemie di malaria, dengue, colera o diarrea. Senza dimenticare i problemi legati alla salute mentale: a partire dalla depressioni post-traumatiche registrate dopo i passaggi degli uragani negli Stati Uniti o a seguito delle inondazioni che hanno colpito il Regno Unito nel 2007. O a quelle che attualmente si registrano in Australia, connesse a casi di suicidi, mentre il paese è afflitto dalla peggiore siccità della sua storia.

Ploy Achakulwisut, PhD@_aploy

467 ways is harming our health, food, water, infrastructure, economy and security. Stop saying “Save the Planet”. It’s us that are in dire need of saving. https://www.nature.com/articles/s41558-018-0315-6 

Visualizza altri Tweet di Ploy Achakulwisut, PhD

Le conseguenze dei cambiamenti climatici per agricoltura, acqua e infrastrutture

Ma ad essere colpita è anche la produzione agroalimentare. Lo studio fornisce in questo senso alcuni esempi eclatanti: un terzo dei cereali in Russia sono andati perduti a causa degli incendi e della siccità del 2010. Il che ha provocato anche il raddoppio del prezzo della materia prima sui mercati internazionali. I tre quarti del bestiame presente in Kenya sono morti a causa della mancanza di piogge nel 2000. Mentre negli Stati Uniti, ogni volta che la temperatura supera i 38 gradi centigradi, i rendimenti annuali delle colture scendono del 5 per cento.

L’analisi ricorda poi i problemi legati all’acidificazione degli oceani e all’aumento conseguente dello sbiancamento dei coralli. Il che diminuisce a sua volta l’habitat naturale della fauna acquatica.

cambiamenti climatici conseguenze

Le conseguenze di una pesante ondata di siccità in California, nel 2014 © Sullivan/Getty Images

Casi di difficoltà di approvvigionamento di acqua potabile, poi, sono sempre più frequenti. Emblematici i problemi riscontrati a Città del Capo, in Sudafrica. Ma anche l’erogazione di energia elettrica, i trasporti e le infrastrutture sono colpiti sempre più spesso. Dagli anni Ottanta ad oggi sono tredici milioni le case distrutte nel solo Bangladesh; nove milioni in Cina e due milioni in Pakistan. Senza parlare di ferrovie, strade, ponti, porti, dighe.

Alla fine del secolo si rischia di avere un miliardo di migranti climatici

Il che comporta ricadute dirette sui redditi, sulla ricchezza e sui posti di lavorodelle popolazioni colpite. Il costo economico delle catastrofi naturali (comprese quelle dipese dal clima) avvenute nel 2017, d’altra parte, è stato – secondo un rapporto della compagnia Swiss Re – pari a 306 miliardi di dollari in tutto il mondo.

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Tutto ciò, infine, è responsabile dell’aumento delle tensioni tra popoli e nazioni. E di decine di milioni di persone costrette a fuggire dalle proprie terre, divenute inabitabili. Nel luglio del 2017, un rapporto della Banca asiatica per lo sviluppo aveva spiegato che se la temperatura media globale sulla superficie delle terre emerse e degli oceani sarà cresciuta, alla fine del secolo, di più di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, per i paesi asiatici e per quelli che affacciano sul Pacifico gli effetti saranno disastrosi. Nel 2100, così, i migranti climatici in tutto il mondo potrebbero raggiungere la cifra impressionate di un miliardo.

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