Fino a che punto gli accordi di Parigi sul clima sono stati rispettati?

Dal 3 dicembre a Katowice in Polonia i Paesi Onu faranno il punto sulle politiche di contrasto al surriscaldamento globale. Un punto sullo stato di attuazione degli obiettivi fissati nel 2015

Fino a che punto gli accordi di Parigi sul clima sono stati rispettati?

A fare la fortuna di Katowice a metà dell’Ottocento furono almeno due fattori. Innanzitutto, la posizione geografica nel cuore della Slesia, all’incrocio tra due importanti assi di comunicazione: quello est-ovest, che collegava Leopoli e il confine con l’Impero Russo con Breslavia e poi Dresda, e quello sud-nord, che collega, via Brno, Vienna con Danzica sul Mar Baltico. Katowice, che riceve lo status di città nel 1865, è anche uno dei motori industriali della Prussia in piena accelerazione industriale, poco prima che diventi Impero tedesco. Il carburante di quella stagione è il carbone, come racconta il Walcownia Cynku, il museo della storia industriale della città, che sorge appropriatamente a due passi dal terminal ferroviario.

È ironico che nel cuore del proprio distretto industriale la Polonia abbia deciso di ospitare la Conferenza delle Parti numero 24 (COP), il meeting annuale dell’Organismo quadro delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico.

La Conferenza di Katowice (3-14 dicembre 2018) sarà un momento decisivo nel dibattito mondiale sul cambiamento climatico. Arriva esattamente a metà strada tra la firma degli Accordi di Parigi del 2015, quando 197 paesi si sono impegnati a contenere il surriscaldamento globale entro i 2 °C, e il 2020, quando è previsto che gli effetti degli Accordi si traducano in azioni dei governi. Il documento di Parigi, infatti, segnava un impegno ancora astratto da parte dei firmatari, che ora sono chiamati a indicare concretamente come intendono ridurre le emissioni di gas serra e limitare il consumo energetico in modo da riuscire a raggiungere quello che viene indicato come “obiettivo del secolo”: arrivare al 2100 senza che le temperature medie del Pianeta mettano a repentaglio la nostra sopravvivenza.

Geopolitica e clima

Sullo sfondo del lavoro attorno alle misure da intraprendere, ci sono le lunghe ombre di uno scontro politico tra Unione Europea e Cina da una parte, e Stati Uniti dall’altra. L’America di Trump è, finora, l’unico paese che abbia chiesto di uscire dagli accordi firmati allora da Barack Obama, in un clima politico interno ben lontano da quello attuale. Già l’anno scorso, quando il Presidente USA aveva ventilato l’ipotesi dell’uscita (con anche un ripensamento a inizio 2018), la Cina si era fatta sentire per bocca del viceministro degli esteri, Liu Zhenmin, che diffidava gli Stati Uniti a comportarsi come con il Protocollo di Kyoto, mai ratificato dagli americani.

A complicare la situazione si sono messi di mezzo i risultati delle elezioni di metà mandato, che hanno consegnato la Camera ai Democratici, ma rafforzato il Senato a maggioranza Repubblicana. In questa distribuzione della forza politica, appare difficile che i Democratici possano fare sufficiente pressione sulla Casa Bianca perché la discussione sul clima e gli Accordi di Parigi possa tornare al centro dell’azione di governo. Inoltre, lo scenario geopolitico attorno al clima potrebbe cambiare ulteriormente con l’elezione di Jair Bolsonaro che, per sua stessa ammissione, vuole far diventare il Brasile un ulteriore ostacolo alla decarbonizzazione mondiale.

Nel frattempo, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha pubblicato, su richiesta proprio delle parti firmatarie dell’Accordo di Parigi, un nuovo report che tratteggia le conseguenze di un scenario a fine secolo non più a +2 °C, ma a +1,5 °C. Il report è da considerarsi un allarme in piena regola. Occorre agire subito, senza indugiare ulteriormente, altrimenti il tempo rischia di non essere sufficiente.

La Terra del 2018: CO2, acqua, foreste

Gli obiettivi fissati da Parigi e ricordati in modo pressante dall’IPCC nel report di ottobre 2018 passano tutti attraverso un imperativo ormai categorico: la riduzione drastica delle emissioni di gas serra. Secondo l’IPCC, contenere il riscaldamento globale entro il grado e mezzo in questo secolo vorrebbe dire concretamente raggiungere le emissioni zero di gas serra entro il 2050. Un obiettivo che nei fatti pare irrealistico, soprattutto considerando i nostri modelli economici e anche gli scenari geopolitici ed energetici da qui al 2040, scenari che non prevedono in alcun modo l’uscita di scena dei combustibili fossili. I combustibili fossili, infatti, sono i principali colpevoli dell’emissione di gas serra, tra cui il diossido di carbonio, meglio conosciuta come anidride carbonica (CO2).

Ci sono diversi dati che quantificano quanta COviene emessa da attività umane legate alla produzione di energia primaria (elettricità, trasporti). Nel 2017, il Global Energy & CO2Status Report dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) fornisce la cifra (record) di 32,6  miliardi di tonnellate di anidride carbonica emessa, un aumento di 1,4% rispetto al 2016. Aumento dettato dalla crescita economica mondiale e dall’abbassamento dei prezzi di petrolio e carbone nel 2017. La IEA specifica che l’aumento di emissioni dal 2016 non è uniforme nel mondo: rallentano un po’ quelle di USA, Regno Unito, Messico e Giappone, mentre crescono quelle della Cina (+2%). Ma ad aumentare è in generale la richiesta di energia mondiale: 2,1% in più rispetto al 2016.

Se guardiamo invece a livello territoriale, le emissioni totali di CO2 sono guidate dalla Cina, così come emerge dai dati forniti da Global Carbon Atlas. La Cina è dal 2006 – da quando ha scalzato gli Stati Uniti, da lì stabilmente secondi – il paese che emette più diossido di carbonio: nel 2016, Global Carbon Atlas riporta di 10,2 giga tonnellate emesse dal colosso asiatico, quasi 4 giga tonnellate in più rispetto al 2006.

In ogni caso, il dato che conferma quanto sia urgente limitare le emissioni di gas serra è la quantità di CO2 in atmosfera. La NASA riporta una serie storica di registrazioni effettuate alle Hawaii, presso l’Osservatorio Mauna Loa: a settembre 2018 il diossido di carbonio in atmosfera era di 409 parti per milione (ppm). Nei 400 mila anni precedenti l’età industriale, la CO2atmosferica è sempre stata sotto quota 300 (il Greenhouse Gas Bulletin della World Meteorological Organization fissa la cifra massima a 280 ppm nell’età preindustriale). Dopo il 1950, la CO2 atmosferica è schizzata ben oltre la quota 300, raggiungendo e superando pure quota 400 ppm. In questo aumento il contributo umano è inequivocabile. Si stima che delle emissioni totali derivate da attività umane nella decade 2006-2015, il 44% della CO2 sia stata accumulata in atmosfera, il 26% nell’oceano e il 30% nel suolo.

Per abbassare questo livello di CO2 nell’atmosfera e porre un freno al riscaldamento dovuto all’effetto serra di questo gas non occorrerebbe soltanto limitare e poi portare a una soglia prossima allo zero le emissioni, ma anche togliere CO2accumulata, cioè produrre emissioni negative. Sul tavolo ci sono alcuni progetti tecnologici all’avanguardia, ma non solo: un naturale alleato sono le piante, ovvero naturali consumatrici di CO2. Eppure, invece di affrettarci a stringere questa alleanza, a livello globale continuiamo a produrre deforestazione.

I dati sulla distruzione delle foreste, forniti da Global Forest Watch sono sconfortanti: tra il 2000 e il 2017 abbiamo perso 337 milioni di ettari di foreste (-8,4% dal 2000), causando emissioni di 24,7 Gt di diossido di carbonio. Secondo un rapporto del World Resources Institute, solo nel 2017 sono andati perduti 16 milioni di ettari. La perdita di alberi e vegetazione contribuisce drasticamente all’aumento di CO2 in atmosfera, risultando una delle cause più drammatiche del cambiamento climatico.

Il riscaldamento globale, inoltre, ha evidenti conseguenze sulle acque del nostro pianeta. In questo senso, la NASA riporta dati allarmanti. Nell’ultima decade, i ghiacci del Mar Glaciale Artico sono calati del 12,8%. In calo anche l’estensione dei ghiacciai della Groenlandia (-286 Gt di ghiaccio all’anno) e anche quelli dell’Antartide (-127 Gt all’anno).

Diretta conseguenza dello scioglimento dei ghiacci è l’innalzamento del livello dei mari. I satelliti NASA riportano un tasso di crescita media annua di 3,2 millimetri, per altro in accelerazione di anno in anno (un’accelerazione stimata di circa 0,084 mm all’anno, così come indicato da uno studio dell’Università del Colorado citato da National Geographic). Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), inoltre, il livello medio dei mari globali nel 2017 è di 77 millimetri maggiore rispetto alla prima rilevazione, avvenuta nel 1993. Inoltre, il 2017 è stato il sesto anno consecutivo – e il ventiduesimo su ventiquattro anni di rilevazioni – in cui c’è stato un aumento rispetto al precedente.

Il riscaldamento globale innalza i mari sia perché scioglie i ghiacci ma anche, specificano NASA e NOOA, perché causa l’aumento del volume delle acque marine. Non solo: gli effetti del riscaldamento globale danneggiano anche le acque continentali (fiumi, laghi, torrenti), portando siccità nelle zone interne e mettendo a rischio alluvioni e allagamenti le aree costiere. Per cui gli effetti del cambiamento climatico avranno conseguenze diverse a seconda delle aree: la zona mediterranea in particolare, scrive NOOA, è fortemente indiziata a soffrire di severe e drammatiche carenze di acqua potabile nel prossimo futuro.

Scenari futuri: energie rinnovabili e modelli sostenibili

La IEA ha recentemente pubblicato il rapporto World Energy Outlook 2018, nel quale l’Agenzia esamina e propone tre scenari sul futuro dell’energia e, di conseguenza, sul futuro delle emissioni e dell’ambiente da qui al 2040.

Se il nostro modello geopolitico ed economico non dovesse cambiare da qui al 2040 – non mettendo quindi in pratica nemmeno le INDC, Intended Nationally Determined Contributions, ovvero i contributi previsti stabiliti a livello nazionale, seguenti all’accordo di Parigi – i combustibili fossili tra due decenni occuperanno il 78% della quota di produzione di energia primaria (oggi questa quota è all’81%). Il calo della quota percentuale sarebbe irrisorio. Se traduciamo questo dato in termini assoluti vediamo che le emissioni, da qui al 2040, in questo scenario aumenterebbero di 10 giga tonnellate annue (arrivando alla quota di 42,5 Gt). Di fatto, stando al report IPCC, questo scenario suona come una macabra visione per il futuro del nostro pianeta.

Se invece si metteranno in atto politiche più sostenibili, atte a contenere il peso dei combustibili fossili, le emissioni ne beneficeranno e sarà un primo passo per cercare di contenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi. Anche perché la chiave, in termini di emissioni ed energia, è esattamente quella di limitare il più possibile l’impatto di carbone, petrolio e gas nell’approvvigionamento di energia. Nella migliore delle ipotesi, la IEA vede la quota di energia prodotta da combustibili fossili (petrolio-carbone-gas) ridursi al 60%. In questo caso, le emissioni sarebbero ridotte in termini assoluti a 17,6 Gt di CO2 annue.

Un calo di circa il 40% rispetto a oggi. Le rinnovabili salirebbero di 20 punti percentuali dal 2017: un salto incoraggiante, ma ancora insufficiente per togliere la maggioranza assoluta ai combustibili fossili. E questo è lo scenario più ottimistico fornito dall’Agenzia.

Tuttavia, l’IEA propone anche uno scenario in cui vengano praticate soltanto le politiche energetiche promesse a livello nazionale dopo Parigi. Questa prospettiva è troppo timida. Se attuate anche fedelmente, queste politiche farebbero letteralmente il solletico ai combustibili fossili, riducendo in quota percentuale solo di 7 punti l’ampia leadership attuale sulla quota totale di energia, che scenderebbe solo al 74%. In questo caso, poi, le emissioni di CO2 aumenterebbero rispetto a oggi: da 32,6 Gt a 35,9 in questo 2040.

Queste simulazioni dell’IEA non lasciano spazio a troppi dubbi. Sul versante energetico, serve un cambio di rotta deciso. Leggeri aggiustamenti del timone non bastano. E l’unico modo per virare in modo efficace è limitare i combustibili fossili. Oggi, le rinnovabili considerate complessivamente (idroelettrico, solare, eolico, ecc…) forniscono 1334 Mtoe (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) su una domanda totale di energia primaria stimata su poco meno di 14 mila Mtoe. Il nucleare fa circa la metà.

Nello scenario più conservativo, le rinnovabili al 2040 raddoppierebbero, in quello di cambiamento “timido” arriverebbero a 3014 Mtoe mentre nello scenario più sostenibile dovrebbero superare quota 4000 Mtoe. E tutto questo con una retrocessione della triade petrolio-carbone-gas ancora troppo lenta, così come troppo lenta sembrerebbe la crescita delle rinnovabili, anche nelle più rosee previsioni.

Mezzo grado fa la differenza

La pubblicazione dell’ultimo report dell’IPCC ha messo a confronto il futuro del nostro Pianeta se si contiene il surriscaldamento a 1,5 °C rispetto ai 2 °C sui quali si sono già impegnati i firmatari di Parigi. Mezzo grado sembra poca cosa, ma in realtà può fare un’enorme differenza in termini di conseguenze sull’ambiente e sul numero di persone colpite dalle conseguenze del cambiamento. Per esempio, a +1,5 °C, gli esperti prevedono che la copertura di ghiaccio del mare Artico si manterrebbe anche d’estate. A +2 °C, la probabilità di estati senza ghiaccio sono 10 volte maggiori, mettendo a repentaglio l’habitat di orsi polari, balene e molte altre specie di animali.

A essere colpite sarebbero comunque tutte le specie di animali e piante, compresi gli insetti, con i ruoli fondamentali che ricoprono negli ecosistemi del mondo, come per esempio quello di impollinatori. E come più volte segnalato dagli esperti di tutto il mondo, le barriere coralline potrebbero già essere condannate senza appello: nello scenario a +1,5 °C assisteremo a “molto frequenti morti di massa” dei coralli, mentre a +2 °C la loro scomparsa è praticamente certa.

Per quanto riguarda la popolazione umana, a +2 °C la calura estrema che già colpisce alcune aree della Terra diventerebbe più comune, facendo aumentare i giorni con una temperatura eccezionalmente alta. A farne le spese saranno soprattutto le fasce della popolazione più deboli (anziani e malati) e le nazioni più povere.

Un’altra delle conseguenze dell’aumento delle temperature medie è la diffusione di fenomeni di siccità estrema. E tra le zone più colpite, secondo gli esperti dell’IPCC, è da contare l’area mediterranea, dove “l’incremento della siccità sarà particolarmente forte”.

Un altro modo in cui la variazione di temperatura colpirà direttamente l’uomo è con l’innalzamento dei livelli dei mari, che come abbiamo visto è un trend non solo in corso, ma anche in aumento. Anche qui, mezzo grado può stabilire a che velocità procederà questa accelerazione. Oltre a preoccuparci per la scomparsa potenziale di siti archeologici e storici come Venezia, dovremmo preoccuparci della scomparsa di intere isole, soprattutto nell’area pacifica, dove i piccoli stati-arcipelago hanno più volte – ma di fatto senza reali effetti – alzato la voce contro le potenze mondiali, accusate di non prendere sufficientemente in considerazione il pericolo della scomparsa di intere nazioni.

Infine, con il contenimento a +1,5 °C, i raccolti agricoli rimarrebbero più abbondanti. Questo è vero soprattutto per le aree più sensibili all’innalzamento della temperatura perché già fragili, come l’Africa subsahariana, nel Sudest asiatico e in America Latina.

Questi sono i temi sui quali si vedranno gli effetti delle decisioni prese a Parigi, Katowice e nelle prossime COP da qui alla fine del secolo. Lo scenario dipinto dal report dell’IPCC, sommato alle previsioni sulla domanda e sulla produzione di energia dei prossimi anni, mette di fatto il mondo di fronte a due strade da percorrere. Una porta alle peggiori conseguenze e agli scenari più negativi per la vita di milioni di persone in tutto il mondo, ed è quella con una temperatura globale media più alta di 2 °C; l’altra a +1,5 °C è probabilmente più faticosa e, comunque, non eviterà del tutto che molte persone e l’ambiente soffrano drammatiche trasformazioni. Tertium non datur.

Articolo realizzato in collaborazione con Eni.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

467 modi in cui i cambiamenti climatici stanno già cambiando la nostra vita

AMBIENTE  da lifegate.it Pubblicato il 27 NOV 2018 di ANDREA BAROLINI
Uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Nature Climate Change spiega in che modo i cambiamenti climatici già colpiscono la nostra quotidianità.

cambiamenti climatici non si manifestano soltanto con gli uragani sempre più potenti che colpiscono l’America centrale, né solo con i fenomeni eccezionali come quelli ai quali si è assistito in Italia nel corso dell’autunno. Le conseguenze degli stravolgimenti imposti al clima dalle attività umane sono in realtà già presenti in tutti i settori cruciali della vita dell’uomo. Dalla salute al cibo, dall’acqua all’economia, dalle infrastrutture alla sicurezza.

cambiamenti climatici conseguenze

I cambiamenti climatici non si manifestano solo con le loro conseguenze più eclatanti, come lo scioglimento dei ghiacci polari © Mario Tama/Getty Images

Decessi, fame, malattie: l’impatto sulla salute è già devastante

A certificarlo è un vasto studio pubblicato il 19 novembre dalla rivista scientifica Nature Climate Change. Secondo il quale l’umanità paga il prezzo della risalita della temperatura media globale, dovuta alla concentrazione di gas ad effetto serra nell’atmosfera terrestre, in ben 467 modi differenti.

Leggi anche: CO2, nuovo record. L’atmosfera terrestre sempre più satura

Nell’analisi vengono citate ad esempio le morti legate ai casi di ipertermia, nel corso delle ondate di calore che colpiscono zone non abituate a temperature così alte. Ma anche i decessi legati agli annegamenti dovuti alle inondazioni e quelli provocati dalle siccità estreme. Basti pensare che nella sola Etiopia, la fame causata dalla mancanza anormale di piogge ha provocato dal 1980 ad oggi 800mila morti. Ma sono stati conteggiati anche coloro che perdono la vita nel corso delle tempeste o asfissiati per via di incendi (come nel caso recente che ha riguardato la California).

A tutto ciò si aggiungono le persone che non muoiono ma la cui salute è compromessa dalle mutate condizioni climatiche. In questo senso, lo studio ricorda la recrudescenza di epidemie di malaria, dengue, colera o diarrea. Senza dimenticare i problemi legati alla salute mentale: a partire dalla depressioni post-traumatiche registrate dopo i passaggi degli uragani negli Stati Uniti o a seguito delle inondazioni che hanno colpito il Regno Unito nel 2007. O a quelle che attualmente si registrano in Australia, connesse a casi di suicidi, mentre il paese è afflitto dalla peggiore siccità della sua storia.

Ploy Achakulwisut, PhD@_aploy

467 ways is harming our health, food, water, infrastructure, economy and security. Stop saying “Save the Planet”. It’s us that are in dire need of saving. https://www.nature.com/articles/s41558-018-0315-6 

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Le conseguenze dei cambiamenti climatici per agricoltura, acqua e infrastrutture

Ma ad essere colpita è anche la produzione agroalimentare. Lo studio fornisce in questo senso alcuni esempi eclatanti: un terzo dei cereali in Russia sono andati perduti a causa degli incendi e della siccità del 2010. Il che ha provocato anche il raddoppio del prezzo della materia prima sui mercati internazionali. I tre quarti del bestiame presente in Kenya sono morti a causa della mancanza di piogge nel 2000. Mentre negli Stati Uniti, ogni volta che la temperatura supera i 38 gradi centigradi, i rendimenti annuali delle colture scendono del 5 per cento.

L’analisi ricorda poi i problemi legati all’acidificazione degli oceani e all’aumento conseguente dello sbiancamento dei coralli. Il che diminuisce a sua volta l’habitat naturale della fauna acquatica.

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Le conseguenze di una pesante ondata di siccità in California, nel 2014 © Sullivan/Getty Images

Casi di difficoltà di approvvigionamento di acqua potabile, poi, sono sempre più frequenti. Emblematici i problemi riscontrati a Città del Capo, in Sudafrica. Ma anche l’erogazione di energia elettrica, i trasporti e le infrastrutture sono colpiti sempre più spesso. Dagli anni Ottanta ad oggi sono tredici milioni le case distrutte nel solo Bangladesh; nove milioni in Cina e due milioni in Pakistan. Senza parlare di ferrovie, strade, ponti, porti, dighe.

Alla fine del secolo si rischia di avere un miliardo di migranti climatici

Il che comporta ricadute dirette sui redditi, sulla ricchezza e sui posti di lavorodelle popolazioni colpite. Il costo economico delle catastrofi naturali (comprese quelle dipese dal clima) avvenute nel 2017, d’altra parte, è stato – secondo un rapporto della compagnia Swiss Re – pari a 306 miliardi di dollari in tutto il mondo.

Leggi anche: 12 anni per agire o il clima impazzirà

Tutto ciò, infine, è responsabile dell’aumento delle tensioni tra popoli e nazioni. E di decine di milioni di persone costrette a fuggire dalle proprie terre, divenute inabitabili. Nel luglio del 2017, un rapporto della Banca asiatica per lo sviluppo aveva spiegato che se la temperatura media globale sulla superficie delle terre emerse e degli oceani sarà cresciuta, alla fine del secolo, di più di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, per i paesi asiatici e per quelli che affacciano sul Pacifico gli effetti saranno disastrosi. Nel 2100, così, i migranti climatici in tutto il mondo potrebbero raggiungere la cifra impressionate di un miliardo.

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Subito nuova moratoria su impianti geotermia

L’intervento di Silvia Blasi, consigliera regionale dei 5 stelle 20/06/2018 – 15:59 da viterbonews24

Riceviamo e pubblichiamo da Silvia Blasi

VITERBO – ”Approvata oggi in Consiglio regionale una mozione che impegna la giunta ad adottare iniziative utili al fine di sospendere le procedure autorizzative di concessione di coltivazione delle … Continua a leggere

Casa ecologica taglia bollette a 60 euro l’anno, novità dall’Australia

Si chiama CORE 9 ed è una casa ecologica costruita dallo studio di architettura Beaumont Concepts, economica e a bassa impronta di carbonio che può generare più energia di quanto una famiglia solitamente ne consuma, andando così a tagliare drasticamente le bollette della luce e non solo.

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ONU. Estinzione umana più vicina

marzo 25, 2018 per la’articolo originale clicca qui

 

La biodiversità di tutte le regioni del mondo continua a calare pericolosamente minacciando il benessere umano, hanno avvertito gli esperti Onu a Medellin, Colombia, quando hanno presentato quattro rapporti … Continua a leggere

La commissione europea ha avviato l’esame della petizione proposta dall’AICS provincia di Viterbo

La commissione europea ha avviato l’esame della petizione n. 0845/2017 sulla Geotermia proposta dall’AICS Comitato provinciale di Viterbo come primi firmatari Dario Mazzalupi e Raimondo Chiricozzi

 

 

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Petizione europea contro la geotermia

 26 febbraio 2018 Gaetano Alaimo  0 Commenti 

NewTuscia – VITERBO – A fronte di una serie di iniziative messe in campo nello scorso anno, tra cui svariate petizioni … Continua a leggere

ACQUA, CONTRATTI DI FIUME STRUMENTO CENTRALE NELLA GESTIONE DEI BACINI IDROGRAFICI

Entro fine anno Conferenza mondiale dei grandi fiumi e Tavolo Nazionale sui Contratti di fiume 

Proseguono le iniziative per la preparazione dell’XI Tavolo Nazionale sui Contratti di Fiume in programma per fine anno. Grande interesse e partecipazione si è registrata quest’oggi … Continua a leggere

PETIZIONE ALLA COMMISSIONE EUROPEA CONTRO LA GEOTERMIA NON SOSTENIBILE

AICS COMITATO PROVINCIALE VITERBO

09 giugno 2017
All’Informazione

La geotermia è annoverata tra le energie rinnovabili, ma non è una forma di energia sostenibile, in quanto presenta numerose criticità per l’ambiente e per la vita della popolazione.  La direttiva europea 2009/28 CE, però,  non distingue tra energie sostenibili e … Continua a leggere

Federazione e Sezione Orte del Partito Socialista in riunione con l’on Daniele Fichera, pres VIII commissione Regione Lazio e capogruppo PSI


FEDERAZIONE PSI VITERBO

Presso la Sezione del PSI di Orte si è svolta il 4 maggio 2017 una partecipata riunione di cittadini e socialisti provenienti da tutta la provincia di Viterbo, presente l’on. Daniele Fichera capogruppo alla Pisana e presidente … Continua a leggere

Seconda condanna in un mese per la geotermia in Amiata

AMBIENTE domenica 13 novembre 2016

Seconda condanna in un mese per la geotermia in Amiata

“Nonostante gli sforzi “greenwashing” dell’Enel e dei sindaci “geotermici” con le sponsorizzazioni di ogni sagra, inaugurazioni di centrali in “pompetta magna” ed, ultima, la precettazione delle scolaresche per la “gita scolastica” il … Continua a leggere

Rinnovabili, Greenpeace: 50% dei cittadini UE potrebbe auto-produrre energia

da helpconsumatori.it

La metà della popolazione dell’Unione europea, circa 264 milioni di persone, potrebbe produrre la propria elettricità autonomamente e da fonti rinnovabili entro il 2050, soddisfacendo così il 45% della domanda comunitaria di energia. È quanto dimostra il report scientifico “The Potential for Energy Citizens in … Continua a leggere

16 progetti contro il cambiamento climatico premiati dall’Onu

FULLSCREEN
  • Azuri PayGo Energy

    Un sistema pay-as-you-go sviluppato nel Regno Unito che combina il pagamento attraverso telefoni cellulari e l’uso di pannelli solari che fornisce elettricità a decine di migliaia di case in 11 paesi dell’Africa sub-sahariana: Tanzania, Kenya, Ethiopia, Uganda, Sierra Leone, Malawi, Zimbabwe, South Africa, Rwanda, Togo, and Ghana (foto: United Nations)

    clicca qui per l’articolo originale

  • Azuri PayGo Energy

    Finora, secondo Azuri sono state fornite 28.5 milioni di ore di luce e 9.5 milioni di ore di ricarica e sono state risparmiate di 3.504 tonnellate di emissioni di anidride carbonica per l’atmosfera. (foto: United Nations)

  • ChargePoint Electric Vehicle Charging Corridors

    Una rete di oltre 25mila stazioni di ricarica per veicoli elettrici che punta a far scendere negli States la quota di emissioni di carbonio di cui è responsabili il settore del trasporto, attualmente il 75 per cento. Ricariche, veloci, numerose stazioni segnalate attraverso un’app che permette la pianificazione di viaggi su lunghe distanze. (foto: United Nations)

  • Deforestationfree Cocoa1

    Con Deforestaion-Free Cocoa 1100 agricoltori Peruviani potranno coltivare 4000 ettari di terra a Cacao, e salvare dalla deforestazione la Riserva Nazionale di Tambopata e il Parco Nazionale Bahuaha-sonene. (foto: United Nations)

  • Deforestation Free Cocoa

    Il progetto proteggerà 570mila ettari di foresta tropicale, evitando l’emissione di 4.5 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica entro il 2020. Al suo massimo l’investimento produrrà 3200 tonnellate di cacao certificato deforestation-free, biologico ed equo-solidale. Il progetto proteggerà 570mila ettari di foresta tropicale, evitando l’emissione di 4.5 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica entro il 2020. Al suo massimo l’investimento produrrà 3200 tonnellate di cacao certificato deforestation-free, biologico ed equo-solidale. (foto: United Nations)

  • Emerging and Sustainable Cities Initiative

    In 55 città dell’America Latina e e dei Caraibi, come Xalapa in Messico (sopra), l’Emerging and Sustainable Cities Initiave promuove piani d’azione che includono assessment di vulnerabilità climatica, studi di mitigazione di gas serra e scenari di crescita urbana. (foto: United Nations)

  • Emerging and Sustainable Cities Initiative

    Tra i piani in atto ci sono: reti di drenaggio contro le tempeste, l’espansione di sistemi di transito rapido per autobus, la creazione di corridoi per la ritenzione delle acqua e di sistemi di controllo che aiutino a ridurre i rischi dovuti dalle inondazioni. I piani d’azione tengono l’inequalità e la povertà in particolare considerazione (sopra Nassau, Bahamas). (foto: United Nations)

  • Enabling Farmers to Adapt to Climate Change through ICT

    Questo progetto usa un set di strumenti ICT per raccogliere, analizzare e inviare ad agricoltori in Uganda, attraverso radio, telefoni cellulari o carta stampata, informazioni sul meteo, sul mercato agricolo e di animali e guide sulle tecniche di raccolta dell’acqua piovana a basso costo, su come fronteggiare la siccità o le inondazioni. In questo modo li aiuta a minimizzare i danni e le perdite di raccolto e li rende più resilienti ai cambiamenti climatici. (foto: United Nations)

  • E-waste: From Toxic to Green

    A più di 2000 raccoglitori di rifiuti indiani è stato insegnato come identificare e maneggiare in maniera sicura i rifiuti elettronici, solitamente bruciati o gettati in discarica. Il programma inoltre negozia con le aziende che si occupano di riciclo i tassi migliori per i raccoglitori, che hanno visto aumentare i loro guadagni tra il 10 e il 30 per cento. (foto: United Nations)

  • Fairphone

    Fairphone, è un’azienda olandese che produce smartphone disegnati per vivere più a lungo e avere parti intercambiabili riducendo il bisogno di minerali provenienti da zone di conflitto. Inoltre lavora progetti locali e con le aziende manifatturiere per garantire agli operai migliori condizioni di lavoro. Con il suo partner in Cina ha stabilito il Worker Welfare Fund nel quale è investita una percentuale del guadagno ottenuto dalla vendita di ciascun telefono. Per ora ha venduto 60mila pezzi ma il piano è di produrne e venderne 140mila l’anno a partire dal 2016. (foto: United Nations)

  • Fostering Cleaner Production

    Un programma che crea networks di donne colombiane imprenditrici, provenienti dall’accademia o dal settore pubblico e che fornisce loro formazione e risorse per iniziare attività in grado ridurre l’inquinamento causato dalle industrie. (foto: United Nations)

  • Harvesting Geothermal Energy

    Grazie a questo programma diverse donne appartenenti a 15 comunità rurali in El Salvador possono adoperare il calore e il vapore condensato della vicina centrale geotermica per coltivare piante e deidratare frutta da vendere. Le donne sono anche impiegate come ranger nel parchi naturale parte del territorio della centrale. (foto: United Nations)

  • Lifelink Water Solutions

    Grundfos, il principale produttore di sistemi di pompaggio e circolare dell’acqua a creato un sistema che fornisce acqua potabile a costi sostenibili, pagabili anche attraverso telefoni cellulari, in 44 diverse comunità in Kenya e in Uganda. L’obiettivo è raggiungere 2 milioni di persone nei prossimi 5 anni installando 1000 sistemi Lifelink in 9 nazioni africane. (foto: United Nations)

  • Mapping Exposure to Sea Level Rise

    Questo progetto fornisce agli abitanti delle isole del Pacifico come Tonga e Samoa strumenti come database, mappe online e competenze ICT per affrontare l’aumento del livello dell’oceano e altre conseguenze dei cambiamenti climatici. (foto: United Nations)

  • Microsoft Global Carbon Fee

    Microsoft ha introdotto una tassa interna sulle emissioni di carbonio. Ogni dipartimento dell’azienda è responsabile di ridurre le proprie emissioni e pagare ogni anno una tassa basata sui costi stimati di efficienza interna, energie rinnovabili, riciclo di rifiuti elettronici e altri parametri. Con i fondi raccolti Microsoft ha acquistato 10 miliardi di Kilowatt/ore di energia pulita risparmiando l’emissione di 7,5 tonnellate di anidride carbonica. (foto: United Nations)

  • Mobisol Smart Solar Homes

    Mobisol Smart Solar Homes ha portato sistemi solari in 30mila case in Rwanda e Tanzania che hanno sostituito il consumo di diesel, kerosene e legno per la produzione di energia casalinga. (foto: United Nations)

  • Planting Trees to Save the Mangrove

    Un gruppo di cooperative guidato di donne nel nord della Guinea che ha l’obiettivo di ridurre la deforestazione delle mangrovie e ridurre le emissioni di carbonio introducendo degli affumicatori a energia solare per asciugare e affumicare il pesce. Per ora sono stati costruiti 4 affumicatori, risparmiate 40 tonnellate di emissioni di CO2 all’anno e piantati 25mila alberi di moringa per ripopolare la foresta. (foto: United Nations)

  • SELF’s Solar Market Gardens

    Questo progetto combina pompe per l’acqua a energia solare e sistemi di irrigazione per la coltivazione di orti in 10 villaggi del Benin. Grazie al progetto gli abitanti possono coltivare frutta e verdura tutto l’anno e donne e ragazze non devono più recuperare acqua da pozzi lontani decine di chilometri. (foto: United Nations)

  • Solvatten Solar Safe Water Heater

    Solvatten Solar Safe Water Heater un sistema per il trattamento e il riscaldamento dell’acqua a energia solare messo a punto da un inventore svedese. Dal 2012 il sistema ha reso potabile 62 milioni di litri d’acqua negli slum di Nairobi, evitando l’emissione di 22mila tonnellate di gas serra. (foto: United Nations)

01/19

Azuri PayGo Energy

Un sistema pay-as-you-go sviluppato nel Regno Unito che combina il pagamento attraverso telefoni cellulari e l’uso di pannelli solari che fornisce elettricità a decine di migliaia di case in 11 paesi dell’Africa sub-sahariana: Tanzania, Kenya, Ethiopia, Uganda, Sierra Leone, Malawi, Zimbabwe, South Africa, Rwanda, Togo, and Ghana (foto: United Nations)

 

La Cop 21, il Climate Summit delle Nazioni Unite, è alle porte, con l’apertura dei lavori prevista per il 30 novembre a Parigi. E forse per ispirare suoi partecipanti l’Onu ha da poco annunciato i 16 vincitori di quest’anno del programma Momentum for Change: Lighthouse Activities: iniziative innovative, scalabili, orientate a contrastare le conseguenze dei cambiamenti climatici in alcune comunità aiutando queste ultime a superare sfide economiche e sociali.

Come E-Waste: From Toxic to Green, che ha formato duemilawaste picker indiani, quelli che spulciano le montagne delle discariche alla ricerca di materiali vendibili o riutilizzabili, a raccogliere i rifiuti elettronici e riciclarli in maniera sicura e per loro economicamente vantaggiosa. Ma anche smartphone più longevi e con pezzi intercambiabili o pompe per l’acqua e sistemi di irrigazione alimentati a energia solare che risparmiano a donne e bambine in Benin estenuanti viaggi per recuperare l’acqua e permette a queste ultime, per esempio, di non abbandonare i banchi di scuola.

Cos’è Momentum for Change? “Tra le attività Lighthouse Momentum for Change del 2015 ci sono storie personali che riguardano la sostenibilità, la protezione del clima, la coscienza ambientale e la responsabilità sociale”, ha detto Teresa Ribera Rodriguez, Chair of the Momentum for Change Advisory Panel. “Con un numero record di application, più di 450, quest’anno la commissione incaricata della scelta dei progetti vincitori ha avuto grandi difficoltà a selezionare il meglio del meglio”.

Le iniziative premiate rientrano in quattro distinte categorie di azione (Urban Poor, Women for Results, Financing for Climate Friendly Investment e Ict Solutions) che puntano sul migliorare le condizioni climatiche e di vita nelle città, nel promuovere il ruolo di leader delle donne e gli investimenti in imprese climate-friendly e in progetti che coinvolgono le Ict (tecnologie della comunicazione e dell’informazione). Tutti i progetti vincitori avranno uno spazio dedicato negli ambienti del Summit di Parigi dove saranno esposti i diversi programmi, i loro protagonisti e i loro risultati, possibilmente per ispirare non solo i delegati ma imprenditori e tutti i visitatori a intraprendere iniziative con obiettivi simili.

Mostrando queste notevoli soluzione e le persone dietro esse possiamo rafforzare gli sforzi verso un nuovo accordo”, ha dichiarato Christiana Figueres, segretario esecutivo dell’Unfccc.

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