Giornata Internazionale dei Migranti, CNDDU: partecipare alle olimpiadi dei diritti umani

Comunicato CNDDU – Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina Diritti Umani in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti dei Migranti lavoratori, che si celebrerà il 18 dicembre, intende riflettere sul fenomeno migratorio, e sulle tematiche ad esso legate, il quale suscita un’attenzione sempre maggiore e che, dalla metà dello … Continua a leggere

ANCHE IL CONSIGLIO D’EUROPA ACQUISISCE LA DENUNCIA DEI CRIMINI RAZZISTI DEL GOVERNO ITALIANO

Anche il Consiglio d’Europa, con una missiva a firma di Tomas Bocek, il Rappresentante speciale per l’immigrazione e i rifugiati del Segretario generale, risponde all’esposto presentato dal “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo che denunciava le politiche razziste del governo italiano chiedendo un … Continua a leggere

Incontro in Ferrovie per l’Alta velocità alla stazione di Orte, buon inizio E FERROVIA DEI DUE MARI

economiaVITERBO e provincia

7 dicembre 2018 da newtuscia.it

 

di Stefano Stefanini

NewTuscia – ORTE – La trasmissione Fatti e Commenti in onda da sabato su Teleorte, www.teleorte.it e www.newtuscia.it condotta da chi scrive e dal collega  Gaetano Alaimo si occuperà di infrastruttura ferroviaria: … Continua a leggere

Clima, Oms: Se applicato l’accordo di Parigi del 2015 può salvare un milione di vite all’anno

clicca qui per l’articolo originale da repubblica.it

Clima, Oms: “Se applicato l’accordo di Parigi del 2015 può salvare un milione di vite all’anno”

Clima, Oms: "Se applicato l'accordo di Parigi del 2015 può salvare un milione di vite all'anno"

Gli investimenti per l’aria … Continua a leggere

Come e perché i cambiamenti climatici influiscono sulla nostra salute

Germana Carillo da greenme.it  04-12-2018

Cambiamenti climatici salute

Sono quasi 500 gli effetti negativi dei cambiamenti climatici individuati da un rapporto shock 

Di inquinamento ci ammala e si muore. Ma si muore anche per il clima che cambia. E si morirà sempre di … Continua a leggere

Rapporto choc: i cambiamenti climatici provocano 467 “piaghe”

La rivista Nature Climate Change ha analizzato 3300 studi sul clima. Ha individuato centinaia di effetti negativi. Che coinvolgeranno la metà della popolazione mondiale

Di Andrea Di Stefano da valori.it
Un nuovo rapporto choc. A pubblicarlo questa volta è Nature Climate Change che, nell’articolo certifica i rischi per la salute umana prodotti dai cambiamenti climatici. Per stimare gli effetti gli autori – una ventina di ricercatori di tutto il mondo, tra i quali spicca il climatologo inglese Ed Hawkins responsabile del progetto di open science Climate Lab Book, hanno passato al setaccio più di 3300 studi e ricerchepubblicate a partire dal 1980 sul clima.

89 capitoli, 10 fenomeni, 6 ambiti di vita

Sono stati identificati dieci fenomeni che toccano sei aspetti cruciali della vita umana: salutealimentazioneeconomiaacquainfrastrutture e sicurezza declinati in 89 sotto capitoli.

L’analisi ha permesso di identificare 467 differenti effetti negativi: dai decessi e le malattie causate dalle inondazioni, incendi e ondate di calore alla distruzione di infrastrutture per effetto di eventi estremi e crescita dell’acqua, dalla perdita di posti di lavoro e la diminuzione della produttività alla crisi del turismo causata dall’acidificazione dei mari e la deforestazione.

Le conclusioni sono in alcuni casi molto allarmanti: una persona su tre rischia di morire per le ondate di calore e metà della popolazione mondiale sarà sottoposta a tre rischi simultanei prodotti dai cambiamenti climatici entro la fine del secolo.

Marsiglia senz’acqua, Sidney e Los Angeles pure

Nel 2100, se le emissioni di CO2 continuassero al ritmo attuale, ad esempio, Marsiglia dovrebbe far fronte a un aumento del riscaldamento globale, siccità, ondate di calore e incendi, un innalzamento del livello del mare, una riduzione della disponibilità di acqua potabile e cambiamenti del mare (temperatura, acidità e ossigeno), la cui forza cumulativa sarà equivalente a tre dei rischi più estremi mai registrati in qualsiasi parte del mondo.

«Questa ricerca conferma che il costo dell’inazione supera di gran lunga il costo della lotta ai cambiamenti climatici», ha dichiarato Michael Mann, climatologo dell’Università della Pennsylvania (USA). Possiamo ancora limitare i danni e le sofferenze future se agiamo rapidamente e in modo determinato per ridurre le emissioni di carbonio.

Governi inerti, soluzioni dal basso

Ma di fronte ai governi «a rischio di retrocedere da un momento all’altro», la soluzione potrebbe venire dal basso, afferma Camilo Mora, professore associato del dipartimento di geografia, Università delle Hawaii e primo autore dello studio: «gli standard sociali ci renderanno tutti più consapevoli delle nostre emissioni e della necessità di limitarle insieme. mentre i politici dovranno allinearsi per trovare soluzioni senza le quali non saranno eletti».

Gli scienziati hanno realizzato una serie di mappe interattive, dalla temperature dell’acqua e del livello del maree agli incendi. E tre video che evidenziano chiaramente cosa cambierebbe tra lo scenario attuale (business as usual) e se si introducessero interventi per una mitigazione moderata o una mitigazione più consistente.

Le conseguenze sull’atmosfera nello scenario attualeLe conseguenze sull’atmosfera in caso di mitigazione moderataLe conseguenze sull’atmosfera in caso di mitigazione forteCO2, nuovi picchi in atmosfera

All’origine dei fenomeni il picco di CO2 nell’atmosfera. I gas serra hanno raggiunto nuovi picchi di concentrazione atmosferica nel 2017, in particolare la CO2, che è di gran lunga il più grande contributore al riscaldamento globale.

L’anno scorso, la concentrazione di anidride carbonica ha raggiunto 405,5 ppm (parti per milione), con un aumento dello 0,32% rispetto al 2016 e del 5,66% rispetto al 2007 (quando era 383,79 ppm).

Prima del periodo industriale, quindi alla fine del 19° secolo, la concentrazione di CO2 era in media di 278 ppm ed era rimasta stabile per migliaia di anni prima di aumentare a causa delle attività umane: la combustione di carbone, petrolio, la produzione di cemento, i trasporti e la deforestazione.

CO2 in atmosfera. Concentrazioni stabile per 1000 anni. FONTE: Le Monde su dati Organizzazione meteorologica Mondiale, Agenzia americana d'osservazione oceani e atmosfera, Centro d'analisi e informazione su CO2
CO2 in atmosfera. Concentrazioni stabile per 1000 anni. Poi da fine 800 l’impennata. FONTE: Le Monde su dati Organizzazione meteorologica MondialeAgenzia americana d’osservazione oceani e atmosferaCentro d’analisi e informazione su CO2

Il trend dell’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera è emblematico: siamo partiti da 0,86 ppm all’anno per gli anni ’60, di 1,90 ppm per gli anni 2000, e abbiamo raggiunto 2,39 ppm all’anno per il periodo 2010-2017.

Cambiamenti climatici, conseguenze irreversibili

«I dati scientifici sono inequivocabili. Senza una rapida riduzione delle emissioni di gas serra, comprese le emissioni di CO2, i cambiamenti climatici avranno conseguenze irreversibili e sempre più distruttive per la vita sulla Terra», ha affermato l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), un’agenzia delle Nazioni Unite. «L’ultima volta che la Terra aveva un contenuto di CO2 paragonabile era da 3 a 5 milioni di anni fa: la temperatura era più alta di 2 o 3 °C e il livello del mare era 10 a 20 metri dal livello attuale», ha aggiunto il segretario generale dell’OMM Petteri Taalas.

Mimmo Lucano all’attacco: ‘Un cristiano non può votare Salvini, governo fascista’

L’ex sindaco di Riace durissimo sul Decreto Sicurezza, critiche anche ai 5 Stelle ‘complici di leggi disumane’.
Lega Islamica del Veneto: I simboli del Natale nelle scuole non danno fastidio

Mimmo Lucano continua a pungere il governo Lega-5 Stelle e non risparmia colpi bassi (stavolta dai microfoni di ‘Circo Massimo’ su Radio Capital) al ministro dell’Interno Matteo Salvini, suo principale oppositore sul terreno delle politiche su immigrazione e ordine pubblico. Al sindaco di Riace, sospeso dalle funzioni per le note vicende legali che avevano portato circa due mesi fa all’arresto su mandato della Procura di Locri [VIDEO], nell’ambito dell’inchiesta ad ampio raggio sul Comune simbolo dell’accoglienza, non va proprio giù il Decreto Sicurezza appena licenziato dal Parlamento con voto favorevole della maggioranza sia alla Camera che al Senato.

Mimmo Lucano torna a criticare Salvini e il governo

Per l’esponente della sinistra, la norma che promuove un giro di vite su permessi umanitari e dispone la chiusura degli Sprar, con tanto di taglio ai contributi dello Stato per il mantenimento dei migranti sul territorio italiano, può essere tranquillamente definita “disumana”, così come altri provvedimenti dello stesso tenore portati avanti dalla componente leghista dell’esecutivo gialloverde.

“Come si può rimanere indifferenti rispetto a tutto ciò?”, si chiede con amarezza l’amministratore calabrese chiamando in causa i (tanti o pochi) religiosi che secondo il leader della Lega sosterrebbero la “tolleranza zero” del Viminale, rammentando che al contrario “il Vangelo e il cristianesimo sono fratellanza, amore e non certo di odio razziale”.

Decreto Sicurezza, ancora scintille tra Lucano e Salvini

Ma ce n’è anche per i 5 Stelle, definiti da Lucano per l’occasione senza mezzi termini “complici di un governo profondamente fascista” che oggi “discrimina i diritti umani e se la prende con i più deboli ”, tradendo le sue origini in nome di una “logica perversa” evidentemente ben incarnata dai ministri in carica. Si tratta, ad avviso del sindaco ‘in esilio’ di Riace, di una “forma di fascismo forse più pericolosa del passato”, contraddistinta dal “pensare di essere autoritari a tutti i costi” mentre nella società vige una sorta di “assuefazione mai vista prima”.

Proprio ieri sera, intervenendo nella trasmissione di Massimo Giletti su La7 “Non è l’Arena”, il capo del Carroccio e ministro dell’Interno [VIDEO] aveva rivendicato i provvedimenti in questione sostenendo di godere di consensi inaspettati anche in settori non tradizionalmente vicini alla Lega come gli ambienti ecclesiastici.

 

Cop24, tempo scaduto! Oltre gli accordi, bisogna agire

clicca qui  per l’articolo originale Francesca Mancuso

 03-12-2018

cop24

Al via ieri a Katowice la COP24, la conferenza sui cambiamenti climatici. I rappresentanti di 200 Paesi hanno avviato due settimane di negoziati, dal 2 al 14 dicembre, per contrastare l’aumento globale delle … Continua a leggere

Cambiamenti climatici, ISS: restano solo 20 anni per salvare la Terra

Tra 20 anni sarà troppo tardi per salvare la Terra. Questo l’allarme lanciato dall’Istituto Superiore di Sanità in relazione ai cambiamenti climatici, secondo il quale i mutamenti nel clima globale saranno responsabili ogni anno, nel corso dei … Continua a leggere

Fino a che punto gli accordi di Parigi sul clima sono stati rispettati?

Dal 3 dicembre a Katowice in Polonia i Paesi Onu faranno il punto sulle politiche di contrasto al surriscaldamento globale. Un punto sullo stato di attuazione degli obiettivi fissati nel 2015

Fino a che punto gli accordi di Parigi sul clima sono stati rispettati?

A fare la fortuna di Katowice a metà dell’Ottocento furono almeno due fattori. Innanzitutto, la posizione geografica nel cuore della Slesia, all’incrocio tra due importanti assi di comunicazione: quello est-ovest, che collegava Leopoli e il confine con l’Impero Russo con Breslavia e poi Dresda, e quello sud-nord, che collega, via Brno, Vienna con Danzica sul Mar Baltico. Katowice, che riceve lo status di città nel 1865, è anche uno dei motori industriali della Prussia in piena accelerazione industriale, poco prima che diventi Impero tedesco. Il carburante di quella stagione è il carbone, come racconta il Walcownia Cynku, il museo della storia industriale della città, che sorge appropriatamente a due passi dal terminal ferroviario.

È ironico che nel cuore del proprio distretto industriale la Polonia abbia deciso di ospitare la Conferenza delle Parti numero 24 (COP), il meeting annuale dell’Organismo quadro delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico.

La Conferenza di Katowice (3-14 dicembre 2018) sarà un momento decisivo nel dibattito mondiale sul cambiamento climatico. Arriva esattamente a metà strada tra la firma degli Accordi di Parigi del 2015, quando 197 paesi si sono impegnati a contenere il surriscaldamento globale entro i 2 °C, e il 2020, quando è previsto che gli effetti degli Accordi si traducano in azioni dei governi. Il documento di Parigi, infatti, segnava un impegno ancora astratto da parte dei firmatari, che ora sono chiamati a indicare concretamente come intendono ridurre le emissioni di gas serra e limitare il consumo energetico in modo da riuscire a raggiungere quello che viene indicato come “obiettivo del secolo”: arrivare al 2100 senza che le temperature medie del Pianeta mettano a repentaglio la nostra sopravvivenza.

Geopolitica e clima

Sullo sfondo del lavoro attorno alle misure da intraprendere, ci sono le lunghe ombre di uno scontro politico tra Unione Europea e Cina da una parte, e Stati Uniti dall’altra. L’America di Trump è, finora, l’unico paese che abbia chiesto di uscire dagli accordi firmati allora da Barack Obama, in un clima politico interno ben lontano da quello attuale. Già l’anno scorso, quando il Presidente USA aveva ventilato l’ipotesi dell’uscita (con anche un ripensamento a inizio 2018), la Cina si era fatta sentire per bocca del viceministro degli esteri, Liu Zhenmin, che diffidava gli Stati Uniti a comportarsi come con il Protocollo di Kyoto, mai ratificato dagli americani.

A complicare la situazione si sono messi di mezzo i risultati delle elezioni di metà mandato, che hanno consegnato la Camera ai Democratici, ma rafforzato il Senato a maggioranza Repubblicana. In questa distribuzione della forza politica, appare difficile che i Democratici possano fare sufficiente pressione sulla Casa Bianca perché la discussione sul clima e gli Accordi di Parigi possa tornare al centro dell’azione di governo. Inoltre, lo scenario geopolitico attorno al clima potrebbe cambiare ulteriormente con l’elezione di Jair Bolsonaro che, per sua stessa ammissione, vuole far diventare il Brasile un ulteriore ostacolo alla decarbonizzazione mondiale.

Nel frattempo, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha pubblicato, su richiesta proprio delle parti firmatarie dell’Accordo di Parigi, un nuovo report che tratteggia le conseguenze di un scenario a fine secolo non più a +2 °C, ma a +1,5 °C. Il report è da considerarsi un allarme in piena regola. Occorre agire subito, senza indugiare ulteriormente, altrimenti il tempo rischia di non essere sufficiente.

La Terra del 2018: CO2, acqua, foreste

Gli obiettivi fissati da Parigi e ricordati in modo pressante dall’IPCC nel report di ottobre 2018 passano tutti attraverso un imperativo ormai categorico: la riduzione drastica delle emissioni di gas serra. Secondo l’IPCC, contenere il riscaldamento globale entro il grado e mezzo in questo secolo vorrebbe dire concretamente raggiungere le emissioni zero di gas serra entro il 2050. Un obiettivo che nei fatti pare irrealistico, soprattutto considerando i nostri modelli economici e anche gli scenari geopolitici ed energetici da qui al 2040, scenari che non prevedono in alcun modo l’uscita di scena dei combustibili fossili. I combustibili fossili, infatti, sono i principali colpevoli dell’emissione di gas serra, tra cui il diossido di carbonio, meglio conosciuta come anidride carbonica (CO2).

Ci sono diversi dati che quantificano quanta COviene emessa da attività umane legate alla produzione di energia primaria (elettricità, trasporti). Nel 2017, il Global Energy & CO2Status Report dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) fornisce la cifra (record) di 32,6  miliardi di tonnellate di anidride carbonica emessa, un aumento di 1,4% rispetto al 2016. Aumento dettato dalla crescita economica mondiale e dall’abbassamento dei prezzi di petrolio e carbone nel 2017. La IEA specifica che l’aumento di emissioni dal 2016 non è uniforme nel mondo: rallentano un po’ quelle di USA, Regno Unito, Messico e Giappone, mentre crescono quelle della Cina (+2%). Ma ad aumentare è in generale la richiesta di energia mondiale: 2,1% in più rispetto al 2016.

Se guardiamo invece a livello territoriale, le emissioni totali di CO2 sono guidate dalla Cina, così come emerge dai dati forniti da Global Carbon Atlas. La Cina è dal 2006 – da quando ha scalzato gli Stati Uniti, da lì stabilmente secondi – il paese che emette più diossido di carbonio: nel 2016, Global Carbon Atlas riporta di 10,2 giga tonnellate emesse dal colosso asiatico, quasi 4 giga tonnellate in più rispetto al 2006.

In ogni caso, il dato che conferma quanto sia urgente limitare le emissioni di gas serra è la quantità di CO2 in atmosfera. La NASA riporta una serie storica di registrazioni effettuate alle Hawaii, presso l’Osservatorio Mauna Loa: a settembre 2018 il diossido di carbonio in atmosfera era di 409 parti per milione (ppm). Nei 400 mila anni precedenti l’età industriale, la CO2atmosferica è sempre stata sotto quota 300 (il Greenhouse Gas Bulletin della World Meteorological Organization fissa la cifra massima a 280 ppm nell’età preindustriale). Dopo il 1950, la CO2 atmosferica è schizzata ben oltre la quota 300, raggiungendo e superando pure quota 400 ppm. In questo aumento il contributo umano è inequivocabile. Si stima che delle emissioni totali derivate da attività umane nella decade 2006-2015, il 44% della CO2 sia stata accumulata in atmosfera, il 26% nell’oceano e il 30% nel suolo.

Per abbassare questo livello di CO2 nell’atmosfera e porre un freno al riscaldamento dovuto all’effetto serra di questo gas non occorrerebbe soltanto limitare e poi portare a una soglia prossima allo zero le emissioni, ma anche togliere CO2accumulata, cioè produrre emissioni negative. Sul tavolo ci sono alcuni progetti tecnologici all’avanguardia, ma non solo: un naturale alleato sono le piante, ovvero naturali consumatrici di CO2. Eppure, invece di affrettarci a stringere questa alleanza, a livello globale continuiamo a produrre deforestazione.

I dati sulla distruzione delle foreste, forniti da Global Forest Watch sono sconfortanti: tra il 2000 e il 2017 abbiamo perso 337 milioni di ettari di foreste (-8,4% dal 2000), causando emissioni di 24,7 Gt di diossido di carbonio. Secondo un rapporto del World Resources Institute, solo nel 2017 sono andati perduti 16 milioni di ettari. La perdita di alberi e vegetazione contribuisce drasticamente all’aumento di CO2 in atmosfera, risultando una delle cause più drammatiche del cambiamento climatico.

Il riscaldamento globale, inoltre, ha evidenti conseguenze sulle acque del nostro pianeta. In questo senso, la NASA riporta dati allarmanti. Nell’ultima decade, i ghiacci del Mar Glaciale Artico sono calati del 12,8%. In calo anche l’estensione dei ghiacciai della Groenlandia (-286 Gt di ghiaccio all’anno) e anche quelli dell’Antartide (-127 Gt all’anno).

Diretta conseguenza dello scioglimento dei ghiacci è l’innalzamento del livello dei mari. I satelliti NASA riportano un tasso di crescita media annua di 3,2 millimetri, per altro in accelerazione di anno in anno (un’accelerazione stimata di circa 0,084 mm all’anno, così come indicato da uno studio dell’Università del Colorado citato da National Geographic). Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), inoltre, il livello medio dei mari globali nel 2017 è di 77 millimetri maggiore rispetto alla prima rilevazione, avvenuta nel 1993. Inoltre, il 2017 è stato il sesto anno consecutivo – e il ventiduesimo su ventiquattro anni di rilevazioni – in cui c’è stato un aumento rispetto al precedente.

Il riscaldamento globale innalza i mari sia perché scioglie i ghiacci ma anche, specificano NASA e NOOA, perché causa l’aumento del volume delle acque marine. Non solo: gli effetti del riscaldamento globale danneggiano anche le acque continentali (fiumi, laghi, torrenti), portando siccità nelle zone interne e mettendo a rischio alluvioni e allagamenti le aree costiere. Per cui gli effetti del cambiamento climatico avranno conseguenze diverse a seconda delle aree: la zona mediterranea in particolare, scrive NOOA, è fortemente indiziata a soffrire di severe e drammatiche carenze di acqua potabile nel prossimo futuro.

Scenari futuri: energie rinnovabili e modelli sostenibili

La IEA ha recentemente pubblicato il rapporto World Energy Outlook 2018, nel quale l’Agenzia esamina e propone tre scenari sul futuro dell’energia e, di conseguenza, sul futuro delle emissioni e dell’ambiente da qui al 2040.

Se il nostro modello geopolitico ed economico non dovesse cambiare da qui al 2040 – non mettendo quindi in pratica nemmeno le INDC, Intended Nationally Determined Contributions, ovvero i contributi previsti stabiliti a livello nazionale, seguenti all’accordo di Parigi – i combustibili fossili tra due decenni occuperanno il 78% della quota di produzione di energia primaria (oggi questa quota è all’81%). Il calo della quota percentuale sarebbe irrisorio. Se traduciamo questo dato in termini assoluti vediamo che le emissioni, da qui al 2040, in questo scenario aumenterebbero di 10 giga tonnellate annue (arrivando alla quota di 42,5 Gt). Di fatto, stando al report IPCC, questo scenario suona come una macabra visione per il futuro del nostro pianeta.

Se invece si metteranno in atto politiche più sostenibili, atte a contenere il peso dei combustibili fossili, le emissioni ne beneficeranno e sarà un primo passo per cercare di contenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi. Anche perché la chiave, in termini di emissioni ed energia, è esattamente quella di limitare il più possibile l’impatto di carbone, petrolio e gas nell’approvvigionamento di energia. Nella migliore delle ipotesi, la IEA vede la quota di energia prodotta da combustibili fossili (petrolio-carbone-gas) ridursi al 60%. In questo caso, le emissioni sarebbero ridotte in termini assoluti a 17,6 Gt di CO2 annue.

Un calo di circa il 40% rispetto a oggi. Le rinnovabili salirebbero di 20 punti percentuali dal 2017: un salto incoraggiante, ma ancora insufficiente per togliere la maggioranza assoluta ai combustibili fossili. E questo è lo scenario più ottimistico fornito dall’Agenzia.

Tuttavia, l’IEA propone anche uno scenario in cui vengano praticate soltanto le politiche energetiche promesse a livello nazionale dopo Parigi. Questa prospettiva è troppo timida. Se attuate anche fedelmente, queste politiche farebbero letteralmente il solletico ai combustibili fossili, riducendo in quota percentuale solo di 7 punti l’ampia leadership attuale sulla quota totale di energia, che scenderebbe solo al 74%. In questo caso, poi, le emissioni di CO2 aumenterebbero rispetto a oggi: da 32,6 Gt a 35,9 in questo 2040.

Queste simulazioni dell’IEA non lasciano spazio a troppi dubbi. Sul versante energetico, serve un cambio di rotta deciso. Leggeri aggiustamenti del timone non bastano. E l’unico modo per virare in modo efficace è limitare i combustibili fossili. Oggi, le rinnovabili considerate complessivamente (idroelettrico, solare, eolico, ecc…) forniscono 1334 Mtoe (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) su una domanda totale di energia primaria stimata su poco meno di 14 mila Mtoe. Il nucleare fa circa la metà.

Nello scenario più conservativo, le rinnovabili al 2040 raddoppierebbero, in quello di cambiamento “timido” arriverebbero a 3014 Mtoe mentre nello scenario più sostenibile dovrebbero superare quota 4000 Mtoe. E tutto questo con una retrocessione della triade petrolio-carbone-gas ancora troppo lenta, così come troppo lenta sembrerebbe la crescita delle rinnovabili, anche nelle più rosee previsioni.

Mezzo grado fa la differenza

La pubblicazione dell’ultimo report dell’IPCC ha messo a confronto il futuro del nostro Pianeta se si contiene il surriscaldamento a 1,5 °C rispetto ai 2 °C sui quali si sono già impegnati i firmatari di Parigi. Mezzo grado sembra poca cosa, ma in realtà può fare un’enorme differenza in termini di conseguenze sull’ambiente e sul numero di persone colpite dalle conseguenze del cambiamento. Per esempio, a +1,5 °C, gli esperti prevedono che la copertura di ghiaccio del mare Artico si manterrebbe anche d’estate. A +2 °C, la probabilità di estati senza ghiaccio sono 10 volte maggiori, mettendo a repentaglio l’habitat di orsi polari, balene e molte altre specie di animali.

A essere colpite sarebbero comunque tutte le specie di animali e piante, compresi gli insetti, con i ruoli fondamentali che ricoprono negli ecosistemi del mondo, come per esempio quello di impollinatori. E come più volte segnalato dagli esperti di tutto il mondo, le barriere coralline potrebbero già essere condannate senza appello: nello scenario a +1,5 °C assisteremo a “molto frequenti morti di massa” dei coralli, mentre a +2 °C la loro scomparsa è praticamente certa.

Per quanto riguarda la popolazione umana, a +2 °C la calura estrema che già colpisce alcune aree della Terra diventerebbe più comune, facendo aumentare i giorni con una temperatura eccezionalmente alta. A farne le spese saranno soprattutto le fasce della popolazione più deboli (anziani e malati) e le nazioni più povere.

Un’altra delle conseguenze dell’aumento delle temperature medie è la diffusione di fenomeni di siccità estrema. E tra le zone più colpite, secondo gli esperti dell’IPCC, è da contare l’area mediterranea, dove “l’incremento della siccità sarà particolarmente forte”.

Un altro modo in cui la variazione di temperatura colpirà direttamente l’uomo è con l’innalzamento dei livelli dei mari, che come abbiamo visto è un trend non solo in corso, ma anche in aumento. Anche qui, mezzo grado può stabilire a che velocità procederà questa accelerazione. Oltre a preoccuparci per la scomparsa potenziale di siti archeologici e storici come Venezia, dovremmo preoccuparci della scomparsa di intere isole, soprattutto nell’area pacifica, dove i piccoli stati-arcipelago hanno più volte – ma di fatto senza reali effetti – alzato la voce contro le potenze mondiali, accusate di non prendere sufficientemente in considerazione il pericolo della scomparsa di intere nazioni.

Infine, con il contenimento a +1,5 °C, i raccolti agricoli rimarrebbero più abbondanti. Questo è vero soprattutto per le aree più sensibili all’innalzamento della temperatura perché già fragili, come l’Africa subsahariana, nel Sudest asiatico e in America Latina.

Questi sono i temi sui quali si vedranno gli effetti delle decisioni prese a Parigi, Katowice e nelle prossime COP da qui alla fine del secolo. Lo scenario dipinto dal report dell’IPCC, sommato alle previsioni sulla domanda e sulla produzione di energia dei prossimi anni, mette di fatto il mondo di fronte a due strade da percorrere. Una porta alle peggiori conseguenze e agli scenari più negativi per la vita di milioni di persone in tutto il mondo, ed è quella con una temperatura globale media più alta di 2 °C; l’altra a +1,5 °C è probabilmente più faticosa e, comunque, non eviterà del tutto che molte persone e l’ambiente soffrano drammatiche trasformazioni. Tertium non datur.

Articolo realizzato in collaborazione con Eni.

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DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO

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