La poesia di padre Ennio Laudazi vista dal prof Salvatore Moschella

 22 Maggio 2020 

Salvatore Moschella
Reggio Calabria – Bocale 

Ho conosciuto Ennio Laudazi, padre Carmelitano di Gallo di Tagliacozzo in provincia dell’Aquila in modo insolito. Marsicano: così si era presentato quando l’amico comune, il pittore astrattista Carlo Lotti, me l’ha fatto conoscere.

È stata una presentazione, come già scritto, inusuale, inaspettata: tieni Salvatore, porgendomi il suo cellulare, parla con padre Laudazi.

Da quel momento, emozionatissimo, parlavo con un importante uomo di Chiesa, non mi era mai successo prima di allora, come fosse stato un amico da sempre.

Forse lo era, in quanto Carlo da qualche tempo mi parlava di questo frate, un uomo misticamente eccezionale, e nel contempo moderno, un raffinato poeta che nella poesia, oltre che nella preghiera, aveva trovato la sua intima serenità.

Superata l’emozione, nel sentire la sua voce amichevole mi sono sentito a mio agio. Un Papa Francesco che suadentemente parla con gli uomini in amicizia e rispetto. Del resto non poteva essere diversamente, considerata la singolarità dei frati carmelitani, pronti a dialogare con tutte le persone, a sostenerli ed aiutarli nel momento del bisogno materiale e spirituale.

Abbiamo parlato della sua Marsica, che in qualche modo conoscevo essendo vissuto per qualche tempo nel Molise, a Isernia. In quel periodo ho avuto l’occasione di inoltrarmi in terra abruzzese. Avevo, tra l’altro, un fratello medico che abitava nel borgo di Atri in provincia di Teramo e spesso mi recavo a trovarlo. Attraversando i centri di Rivisondoli, Sulmona e Popoli e talvolta Pescasseroli mi è capitato di intravedere la grande pianura marsicana, abitata, nell’ultimo millennio prima di Cristo, dai marsi che parlavano una lingua indoeuropea, quella Osca-Umbra.

Naturalmente, anche il nostro paesino di Bocale di Reggio Calabria, borgo marinaro che si affaccia sullo Stretto di Messina, è stato oggetto di conversazione telefonica. Non ho potuto tacere della bella vista che da qui si ammira. Soprattutto la magnificenza della mitica Etna che nei giorni tersi sembra si tocchi con le mani e la cui cima si staglia in alto, quasi a volersi congiungere con il cielo in un tutt’uno con l’immensità del Cosmo e del suo Creatore. Qui la mediterraneità si ammira in tutta la sua selvaggia bellezza, ricercata e colonizzata fin dall’ antichità dai popoli orientali che, assieme agli usi e costumi, portarono la democrazia e la civiltà.

Padre Ennio mi ha fatto presente di non conoscere la nostra Reggio Calabria e dopo aver conversato ancora per un po’ ci siamo lasciati con l’auspicio di un nostro prossimo incontro in terra di Calabria, nel mentre attendevamo l’arrivo dei libri di poesia che aveva promesso di spedire all’amico Carlo.

L’amico Lotti mi aveva fatto leggere poco dopo la recensione che padre Laudazi gli scrisse per il suo voluminoso libro “Lo Stato di Ronciglione, la sua Immacolata Concezione nel paesaggio culturale europeo” citando a fine recensione, tra l’altro, il mio natio borgo di Rocca Calojero di Montebello Jonico, descritto dal sottoscritto nell’ultimo capitolo della citata opera. La cosa mi ha fatto molto piacere.

Ciò premesso, pur non essendo un critico letterario, tanto meno di poesia, dopo aver letto qua e là alcune poesie di un lirismo estremo inserite nei vari libretti che il padre poeta ha pubblicato, mi accingo, con molta umiltà, ad esprimere il mio modesto parere in ordine all’intimo personale che in tutta la sua opera appare, ed al messaggio che padre Ennio ha voluto lanciare in quanti si accingono a leggere la sua poesia.

Cominciamo con il libretto “la Magnolia di Montpellier “, credo sia stato uno dei suoi primi libri di poesia, aveva appena 25 anni. Siamo nei primi anni dell’anno 70 del secolo scorso e come riporta Giovanna Dall’Aglio nella nota della seconda pagina di copertina, tale periodo coincide con l’inizio della sua vocazione religiosa che lo conduce nella non facile scelta della vita monastica in uno degli Ordini religiosi, quantomeno all’origine, più rigorosi e seducenti. Mendicanti e contemplativi nascono i Carmelitani, devoti alla Beata Vergine del Monte del Carmelo in Palestina le cui origini risalgono all’XI° secolo d. C.

Il contenuto della poesia di Padre Ennio, nella prima parte del libro, è riferito alla esistenza della magnolia grandiflora, una delle tante esistenti nella famiglia delle magnoliacee, che solitaria troneggia nel chiostro del convento dei carmelitani in Montpellier di Francia in cui ha trascorso il primo periodo della vita monastica: quella dello studio e dell’apprendimento e poi dell’insegnamento che lo conducono più tardi alla vita contemplativa, all’amore verso Dio, alla dedizione per Madonna e per gli uomini bisognosi. Questo amore traspare in tutte le sue poesie.

Naturalmente questi primi anni vissuti in convento sono stati, come scrive Giovanna Dall’Aglio, i più travagliati. I dubbi sulla bontà della scelta confondevano la mente del novizio Frate. Per un giovane di 25 anni aperto alla vita fu una scelta difficile. I dubbi erano del tipo: sarò capace di servire Dio secondo le rigide regole dei carmelitani? Sarò pronto a tutto questo? Erano le domande che lo assillavano più di tutto.

Padre Ennio, secondo quanto si evince dalla sua poesia, nell’intimo del suo animo, trovava nella magnolia, albero secolare e maestoso, il modo di confidare tutte le ansie e i turbamenti del corpo e dello spirito e dalla quale riceveva talvolta parole benevole e di conforto e talvolta parole frustanti, come sferzante era il vento Mistral ogni qualvolta che si accaniva sulle fronde della Magnolia che nonostante tutto resisteva alla sua furia.

Padre Ennio ha vissuto momenti di pace e serenità quando il tempestoso vento si placava e la dolce brezza mattutina e serale scendeva sulla magnolia quasi a ricordarci che non c’è sempre tempesta nei nostri cuori, ma può esserci anche la felicità.

Anche per me la magnolia ha rappresentato qualcosa: Un maestoso doppio filare ha sempre fatto bella vista tra via marina alta e il lungomare di Reggio Calabria. Alberi i cui rami si estendono fino a lambire i balconi dei vicini palazzi liberty ed i cui fiori dai larghi petali bianchi e rosei spandono in primavera il loro fragrante profumo per tutta la lunghezza della passeggiata.

Le magnolie sono così imponenti, oltre venti metri di altezza, sempre intente ad ammirare anch’esse la bellezza dello Stretto di Messina, quasi a confrontarsi con la maestosità della mitica Etna della dirimpettaia isola di Sicilia.

Anche le magnolie di Reggio talvolta subiscono le sferzate dello Scirocco, un vento caldo e umido proveniente da Sud-Est, tanto da strappare dal poderoso tronco i suoi lunghi rami. Il travaglio dell’albero, il travaglio dell’uomo. La mia angoscia.

Fin da ragazzo la magnolia è stata una mia fedele compagna. Nei momenti di svago e di tranquillità mi sedevo in una delle panchine poste sotto il suo poderoso tronco e lì a meditare sulla mia futura vita e sul suo mistero. Non erano belli in quel tempo i miei pensieri in quanto ho vissuto una fanciullezza travagliata a causa di un dopo guerra difficile a viversi e una malattia reumatica che non mi permetteva di ben deambulare.

È stato allora, più di ogni cosa, che ho ammirato la magnolia, i suoi rami frondosi erano alteri e la sua cima sembrava toccasse il cielo quasi a voler raggiungere e ringraziare il Dio creatore di tanta bellezza. Con la mia vita vissuta di allora non si poteva fare alcuna similitudine. Ero e tutt’ora sono alla continua ricerca di quel supremo Artefice che ha creato tutto ciò, e, che possa infondere alla fine nel mio cuore un po’ di pace. Voglio arrivarci da solo. A nulla sono valse fino ad oggi le parole e le spiegazioni di uomini colti che si sono avvicinati a me, del resto non sono stati poi tanti. Io ed il mio spirito siamo alla ricerca, e prima o dopo troveremo la strada.

Talvolta credo di averla trovata, quando solitario penso all’immensità del cosmo e le leggi che lo regolano. Soltanto un Essere superiore ha potuto creare tutto ciò. Per gli uomini e per tutte le creature viventi ha creato l’Universo, e, tra queste la Terra per poter essere felici se e soltanto lo desiderano e finché si rispettano le leggi del Creato. Ciò non è poco.

Gran parte di tutto questo ho trovato nella poesia di padre Ennio che in qualche maniera mi conforta e mi dà speranza.

Padre Ennio non si è limitato a cantare la magnolia, Egli ha richiamato nelle “Elegie di Roma” i grandi poeti e scrittori dell’antica Roma del periodo avanti e dopo Cristo, ricordandoli, come riporta Pietro Pascolini nella presentazione del libretto, quali cantori del mondo e della civiltà romana con le sue glorie e le sue sconfitte.

Padre Ennio ha rivissuto le ferite e la mancanza di valori di allora nell’attualità del presente, cercando di cogliere in quegli antichi scritti una morale che potesse servire agli uomini di oggi.

Leggiamo assieme:

“E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati…. “;

“Ora come potranno invocarlo senza aver prima creduto in Lui? “

“Forse Dio è Dio Soltanto dei Giudei? Non lo è anche dei pagani?” Dio è di Tutti.

“Dio mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato è in vista del peccato;”

“Dio premia i giusti lontani dal peccato”; “Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore.

Tanti sono i passi del Vangelo che padre Ennio ci richiama alla mente nelle “Elegie di Roma “talvolta in solitudine, talvolta speranzoso che il miracolo della conversione porti la pace nel cuore degli uomini e la felicità e la pace nel Mondo.

Padre Ennio continua a scrivere le sue poesie con tale lirismo da immergersi in esso in totale abbandono che placa le sue ansie e le sue incertezze che ancora sopravvivono e scrive parole di ammirazione e di lode per tutto ciò che appare ai suoi occhi, meravigliato da tanta bellezza naturalistica, paesaggistica e artistica che ha avuto la fortuna di incontrare nei tanti viaggi che ha fatto per il mondo: Gerusalemme, città della pace, il Brasile dai mille colori, la Sardegna aspra e selvaggia. Per ogni persona e cosa che ha visto ed ammirato ne ha scritto la lode.

Siamo nel 2006, pubblica un altro libretto di poesie “L’isola”. L’Isola, come dice Ungaretti, di cui padre Laudazi è un approfondito culture, “Perché è il punto dove io mi isolo”. Questo è ciò che ama fare il Nostro monaco carmelitano: isolarsi nei momenti in cui vuole avere un intimo colloquio e vicinanza con il suo Dio che ha sempre ricercato ed amato.

Basta guardare l’immensità dell’universo per ritrovare Dio.

Prego padre Ennio Laudazi di scusarmi se talvolta non sono riuscito, leggendo le sue poesie, di carpirne l’intima essenza del loro significato.

Affettuosamente
Salvatore Moschella

Reggio Calabria – Bocale 

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