L’agricoltura del futuro? Senza terra, senza pesticidi e con pochissima acqua

La discussione non è sul problema, che – purtroppo – è piuttosto chiaro: dal 2025 due terzi della popolazione mondiale soffrirà già di scarsità idrica e nel 2050 avremo superato i 9 miliardi di abitanti sulla Terra (oggi siamo 7,3 miliardi); se non troveremo altri modi di vivere, coltivare e consumare la maggior parte della popolazione sarà condannata una vita di stenti.

Come ben raccontato in Conto alla rovescia: quanto potremo ancora resistere? il libro del giornalista scientifico Alan Weisman, nel 2050 se non ci saranno rilevanti scoperte in ambito energetico e nei sistemi di produzione alimentare non ci sarà più cibo per tutti. Fino a quando per nutrirci ci siamo accontentati di sfruttare la “conversione” del Sole in cibo siamo cresciuti a ritmo lentissimo. Nel 1815 eravamo un miliardo, nel 1930 siamo raddoppiati, con la scoperta del petrolio e l’uso degli idrocarburi per generare energia siamo passati a 5 miliardi nel 2013 e, nonostante la fase di assestamento che si prevede, saremo tra i 9 e i 10 miliardi nel 2050.

Insomma nei prossimi 50 anni dovremmo produrre più cibo di quanto ne sia stato consumato in tutta la storia dell’umanità.

Ma come? Questa è stata la domanda di partenza di Expo 2015 che, al di là delle derive da kermesse culinaria e spettacolistica, ha cercato anche di dare risposte scientifiche e diffondere consapevolezza sul problema.

La risposta più interessante secondo me, perché già ampiamente praticata anche se assai poco conosciuta, è quella che si trova nel padiglione del Belgio (e in quelli di Kazakhstan, Qatar, Oman e – in parte – Usa,) ovvero la pratica dell’agricolturaidroponica, acquaponica o aeroponica, ovvero l’agricoltura senza terra, con pochissimo consumo d’acqua e senza pesticidi (da non confondere con l’idrocoltura, che è la coltivazione di piante in acqua).

Nell’idroponica la terra è sostituita da piccolissime quantità di un substrato inerte (argilla espansa, perlite, fibra di cocco, lana di roccia, ecc.) collocate in tubi o colonne entro cui scorre l’acqua grazie a una pompa (l’acqua è totalmente riciclata) cui si aggiungono i nutrimenti necessari ad apportare tutti gli elementi indispensabili alla crescita della pianta. Nelle formule più avanzate le pompe sono collegate a pannelli solari il che permette di non consumare energia e tutto è digitalizzato e controllato di un computer, umidità, nutrienti, temperatura.
La coltura idroponica consente produzioni abbondanti, al di là della stagionalità, anche in zone aride, e assicura la totale sicurezza igienico-sanitario durante tutto l’anno.

Molto spesso infatti anche le coltivazioni biologiche sottovalutano l’inquinamento della terra, delle falde acquifere, delle piogge e dell’atmosfera, che non sono realmente controllabili. Ad esempio la bellissima, ma davvero poco razionale, moda dell’orto sul balcone in città, risponde a un’esigenza delle persone di riappropriarsi del controllo sulla produzione del proprio cibo, ma non tiene conto delle concentrazioni paurose di gas di scarico, ppm e pm10 che vanno a convogliarsi nei pomodorini “biologici” coltivati sopra vie di scorrimento autostradale.

L’idroponica risponde a questo, può essere realizzata anche indoor, cioè al chiuso, in casa, illuminata con lampade a led (anch’esse collegate a pannelli solari). Questo elimina totalmente la necessità di pesticidi, erbicidi e concimi e permette raccolti continui, in ogni stagione, assicurando davvero cibo pulito. Dal punto di vista del design poi ci si può sbizzarrire, colonne verticali, orizzontali, a cubo, piramide, l’essenziale è che le radici delle piante siano irrigate per scorrimento o per spruzzo con l’acqua e i nutrimenti.

Nella formula più articolata dell’acquaponica, poi, non c’è neppure bisogno di apportare i nutrimenti esterni alle piante in quanto viene creata una simbiosi tra piante e animali: le coltivazioni sono collegate a vasche con pesci; i nutrimenti per le piante sono prodotti dagli escrementi dei pesci e l’acqua purificata dalle piante stesse per essere riutilizzata. Una tecnica in realtà antichissima, che risale agli antichi Aztechi e che è già praticata su piccola scala in molti paesi da oltre 20 anni. Poiché però è più complessa dell’idroponica da gestire per il delicato equilibrio batterico che richiede, e meno adatta ai grandi impianti

I risultati di questi metodi di coltivazione sono stupefacenti: 500% di produttività in più rispetto alle colture in terra, 90% in meno di consumo di acqua, 50% crescita più rapida, 40% di lavoro in meno, 30% in meno di energia richiesta (va anche considerata il fatto che impianti idroponici e acquaponici possono essere posizionati ovunque, anche in città, una fabbrica abbandonata o in casa propria, e possono realizzare finalmente alla lettera il principio del consumo a km 0). All’avanguardia in Italia la Ferrari Farm, azienda agricola in provincia di Rieti, che ha sviluppato coltivazioni idroponiche in serre ermetiche sterili di nuovissima generazione, totalmente autoprodotte e computerizzate.

Ma non si deve pensare che queste siano tecniche da film di fantascienza in stile “The Marzian”, basta fare un giro su Google per trovare un’infinità di esempi di coltivazioni già in atto, da grandi impianti agricoli a piccole produzioni domestiche in cui addirittura, l’impianto è autoprodotto con materiali di recupero. In generale la logica emersa ad Expo, ma anche già promossa da diverse aziende negli Stati Uniti, è che l’impianto di coltivazione idroponica possa diventare a breve un nuovo “elettrodomestico” presente in ogni casa, per produrre la propria verdure in modo autonomo, sicuro, totalmente privo di inquinanti e, davvero, a km 0.

Silvia Pochettino da Ong2zero.org

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