ISMAELE, OVVERO IL MASSACRO DEI PROFUGHI NEL MEDITERRANEO

Sperando di far cosa non sgradita vi inviamo come anticipazione l’editoriale del fascicolo odierno de “La nonviolenza contro il razzismo”.

Il Centro di ricerca per la pace e i diritti umani
Viterbo, 25 luglio 2015

Mittente: “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it, centropacevt@gmail.com, centropaceviterbo@outlook.it, web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

Prima del massacro dei profughi nel Mediterraneo c’e’ l’attraversamento del deserto, il passaggio come clienti-prigionieri nelle mani, negli artigli dall’una all’altra banda mafiosa, dall’una all’altra avida corrotta sanguinaria polizia e milizia, fino al lager libico; prima del massacro nel Mediterraneo le rapine e le torture, gli stupri e le morti, le settimane e i mesi dell’orrore, le ferite indicibili che non si rimarginano.

E prima dell’odissea nell’orrore le ragioni di ferro e di fuoco per cui donne, uomini e bambini abbandonano le loro case, la loro terra, le loro comunita’ per arrischiarsi a un’impresa di esito incerto tra pericoli immani: e quelle ragioni sono fortissime, insostenibile coercizione: la fame e la guerra, le infinite dittature e i disastri ambientali, gli effetti concreti e schiaccianti di un ordine mondiale coloniale, imperialista, mafioso, fascista.

Poi quell’ultimo balzo, quell’ultimo folle volo, sperando di trovare sull’alto mare aperto braccia soccorritrici, mani amiche, mentre il barcone stipato va alla deriva, mentre il gommone si sgonfia ed affonda.

Quante persone saranno gia’ morte? Quante ancora dovranno morire?

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Appresi nella mia gioventu’ questa idea, che non ho piu’ abbandonato: che sono un essere umano, e non puo’ quindi essermi estranea l’umanita’. So che tutto il mio povero sapere di me medesimo e del mondo e’ dono che l’umanita’ intera mi ha recato: poche sono le cose che ho sperimentato direttamente, quasi tutto cio’ che so lo ho appreso perche’ altri lo hanno pensato, provato, tramandato. Una e’ l’umanita’; io, tu, tutti apparteniamo ad essa, abbiamo con essa un debito: il debito della vita consegnataci da chi ci ha generato, il debito della civilta’ realizzata da tutte le generazioni passate, il debito nei confronti di quanti nel tempo nostro hanno beneficato e beneficano il mondo dei loro buoni talenti, della loro azione buona. E il debito verso coloro che verranno, che continueranno l’umana vicenda.

Di quest’opera comune anch’io, come ognuno, so di essere operaio. In quest’opera comune anch’io, come chiunque, so quale sia il mio primo dovere: restituire il bene ricevuto, salvare le vite, recare aiuto.

“Tu non uccidere”, e’ la regola che fonda la civile convivenza.

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Il massacro dei profughi nel Mediterraneo m’interpella. Poiche’ so che quegli innocenti sono i nostri governi ad ucciderli. E so che dei crimini del governo del mio paese anch’io sono complice se ad essi non mi oppongo, se la mia opposizione resta inefficace.

Poiche’ so perfettamente che nessun essere umano in fuga dall’orrore si affiderebbe alle mafie dei trafficanti se potesse andare verso la salvezza in modo legale e sicuro; e poiche’ so perfettamente che cosi’ come si pretende che un italiano, un europeo, possa girare il mondo a piacimento, lo stesso diritto di movimento deve averlo ogni altro essere umano, ed a maggior ragione chi non per piacere si sposta da un paese all’altro, ma lo fa costretto dalla violenza, dalla persecuzione.

Questo so con certezza: che la legge fondamentale dello stato italiano, la Costituzione repubblicana, riconosce il diritto d’asilo nel nostro paese ad ogni essere umano che nel suo paese d’origine non goda degli stessi diritti che il nostro ordinamento giuridico riconosce e protegge ed invera. Questa buona legge va resa operante; perche’ cosi’ sia occorre garantire ad ogni persona la concreta possibilita’ di giungere nel nostro paese. Giungere nel nostro paese in modo legale e sicuro, e nel caso di chi e’ vittima di violenze, di chi e’ in pericolo di vita, attraverso mezzi di trasporto pubblici e gratuiti. Il diritto d’asilo non puo’ dipendere dall’azzardo, dal caso, dal colpo di fortuna di sopravvivere sulla zattera della Medusa sotto gli occhi dell’Occidente. Aver scritto nella legge fondamentale il riconoscimento del diritto d’asilo implica approntare le risorse, i mezzi attraverso cui questo diritto e’ concretamente garantito.

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Non esistono “clandestini”: esistono solo esseri umani, tutti diversi l’uno dall’altro e tutti eguali in diritti; vi e’ una sola umanita’ in un unico mondo vivente casa comune dell’umanita’ intera; chi pretende tagliare con l’accetta tra “profughi politici” e “migranti economici” nulla ha capito dell’ordine del mondo cosi’ come si e’ realizzato dalla Conquista dell’America ad oggi: il mondo e’ unificato nel segno dello sfruttamento, della violenza ad un tempo politica, economica, tecnologica, militare (e culturale, ideologica, mediatica). Chi e’ condannato alla morte per fame ha diritto a salvare la propria vita, chi e’ schiavo ha diritto a spezzare le sue catene, chi subisce oppressione ha diritto alla rivolta e alla fuga, e poco conta che nel luogo in cui soffre gli aguzzini indossino una divisa o un completo gessato, poco cambia se ad attoscargli e rubargli la vita sia la giunta militare, la compagnia mineraria, la milizia del proprietario terriero, la Monsanto, la Coca cola, il dittatore o il mafioso di turno. Gli antifascisti che scrissero la Costituzione proverebbero orrore di certi infami distinguo oggi correnti nel dibattito pubblico italiano, e li denuncerebero senza esitazione come complicita’ col male, come fascismo che torna. Certi criminali razzisti oggi in carriera, stipendiati dal pubblico erario e coccolati dai piu’ diffusi mass-media (eredi tutti del “Voelkischer Beobachter”), non oserebbero provare a vomitare i loro scellerati deliri se si trovassero a fronteggiarli Lelio Basso o Sandro Pertini. Ma Lelio Basso e Sandro Pertini sono morti, e noi non abbiamo saputo portarne avanti in modo adeguato la lotta, la lotta per la liberazione dell’umanita’ che e’ una.

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Ma quella lotta e’ ancora da condurre, e va condotta oggi e qui, con tutte le nostre forze.

Perche’ in Italia si sta imponendo un mostruoso regime di apartheid; perche’ in Italia sono in funzione i campi di concentramento; perche’ in Italia gli immigrati subiscono condizioni schiaviste, di sfruttamento fino alla morte; perche’ in Italia governi criminali e parlamenti complici hanno imposto scellerate ed infami misure razziste in palese conflitto con la Costituzione; perche’ in Italia avvengono sempre piu’ frequentemente veri e propri pogrom nazisti (ed i promotori e responsabili di essi non vengono neppure perseguiti per i loro flagranti delitti); perche’ della mattanza nel Mediterraneo il primo responsabile e’ lo stato italiano, che potrebbe farla cessare in un batter d’occhio ed invece la fa proseguire.

Se non ci si oppone al razzismo e alla schiavismo, se non ci si oppone alle torture e ai massacri, che cosa resta della nostra umanita’?

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La capacita’ di carico, ci si obietta: in una cabina telefonica durante un acquazzone possono trovare ricetto e riparo tre persone, non trecento. Ed e’ vero dire. Ma vi e’ una sola umanita’ in un unico mondo vivente casa comune dell’umanita’ intera. Quell’intero mondo vivente e’ la cabina telefonica, e le classi privilegiate e sfruttatrici pretendono per se’ spazi sconfinati e non solo: la stanno distruggendo con la propria avidita’, la propria violenza. L’Italia che e’ l’Italia, se vi si realizzasse una politica di giustizia sociale, di condivisione e di responsabilita’, che abolisca gli sperperi e i saccheggi e finalmente realizzi la societa’ che la Costituzione repubblicana configura, potrebbe accogliere e garantire una vita degna e felice – degna e felice – non ad altri sessanta, ma ad altri duecentoquaranta milioni di esseri umani.

L’aiuola che ci fa tanto feroci ha i suoi limiti, questi limiti vanno riconosciuti, e riconoscendoli occorre fare le scelte conseguenti: scelte di giustizia, scelte di solidarieta’, scelte di condivisione, scelte orientate al bene comune, alla civile convivenza, al rispetto e alla promozione della vita e della dignita’ di tutti e di ciascuno.

Ci si rendera’ conto che non si puo’ continuare a produrre armi ed a fomentare e realizzare guerre, a sostenere regimi assassini e poteri criminali, a rapinare e devastare interi continenti, senza che cio’ abbia effetti che raggiungeranno anche noi.

Non sto facendo l’astratto elogio della giustizia ideale: e’ al duro realismo che invito. Chi semina vento, raccoglie tempesta. Fermare le guerre e’ una urgente necessita’, e per fermare le guerre occorre il disarmo e la smilitarizzazione. Fermare la distruzione della biosfera e’ una urgente necessita’, e per fermare la distruzione della biosfera bisogna uscire da un modo di produzione e riproduzione sociale insostenibile. E’ l’interesse comune dell’umanita’ intera, presente e ventura, che richiede un’alternativa di giustizia e solidarieta’, di sobrieta’ e responsabilita’, di condivisione. L’alternativa nonviolenta.

Di questa alternativa nonviolenta possiamo e dobbiamo cominciare a fare i primi passi: il primo e’ salvare le vite. Salvare le vite dei profughi oggi massacrati nel Mediterraneo. Soccorrere, accogliere ed assistere ogni persona in pericolo, ogni persona nel bisogno. Ed opporci alla guerra ed a tutte le uccisioni, opporci al razzismo ed a tutte le persecuzioni, opporci al maschilismo ed a tutte le oppressioni.

La nonviolenza e’ in cammino.

La nonviolenza e’ il cammino.

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“Il secondo giorno, una vela s’avvicino’, e finalmente mi raccolse. Era la bordeggiante Rachele che, nella sua ricerca dei figli perduti, trovo’ soltanto un altro orfano” (Melville, Moby Dick, explicit).

 

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