Non è la “sfiga” a causare il cancro. Il parere della IARC e dell’OMS.

Posted: 16 Jan 2015 05:33 AM PST

Nei giorni scorsi è stato dato ampio risalto ad uno studio che avrebbe dimostrato come lo sviluppo di un tumore sia principalmente dovuto al caso, alla “sfiga”.

Titolo dello studio “La variabilità del rischio di cancro dei diversi tessuti può essere spiegato dal numero di divisioni delle cellule staminali”.
Quello che segue è l’autorevole parere di due qualificati centri di ricerca che ridimensionano l’enfasi giornalistica data a questo studio e alle sue troppo affrettate conclusioni.
Katia Lumachi
Ringraziamento a Katia Lumachi per averci inviato queste informazioni
                                            COMUNICATO STAMPA                                    13 gennaio 2015

L’agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) e l’Organizzazione Mondiale dela Sanità (OMS) sono in forte disaccordo con le conclusioni dello studio scientifico sulle cause del cancro nell’uomo, pubblicato sulla rivista Science, il 2 gennaio 2015, a firma di C. Tomasetti e B. Vogelstein.

Lo studio, che è stato ampiamente commentato dai media, confronta il diverso numero di divisioni delle cellule staminali presenti nei diversi tessuti  (fegato, polmone, cervello…) con il rischio di cancro e suggerisce che mutazioni casuali (o “sfortuna”) siano  “il maggior contributo al cancro, spesso più importante di fattori ereditari e ambientali”.

Di conseguenza, per molti tipi di cancro, gli autori deducono che sia molto più importante l’identificazione precoce della malattia, piuttosto che la sua prevenzione ottenuta evitando o riducendo l’esposizione a cancerogeni.

Se male interpretata, questa posizione potrebbe avere serie conseguenze negative sia sulla ricerca che sulla salute pubblica.

Gli esperti dela IARC sottolineano seri limiti dello studio.

” Già sapevamo che per un singolo individuo il caso possa avere un ruolo nello sviluppo di un cancro, tuttavia, questo ha poco a che fare con il livello di rischio di cancro di una numerosa popolazione ” spiega il direttore dello IARC Christopher Wild. “Concudere che la “sfortuna” sia la maggiore causa di cancro sarebbe fuorviante e potrebbe diminuire gli sforzi in atto, finalizzati ad identificare le cause di questa malattia e conseguentemente prevenirla con efficacia.”

Cinquanta anni di ricerca epidemiologica internazionale hanno mostrato che molti tipi di cancro che sono frequenti in una popolazione sono relativamente rari in altre popolazioni e inoltre queste differenze variano con il tempo. Ad esempio, il cancro all’esofago è comune nei maschi dell’africa orientale ma raro in quelli dell’africa occidentale. Il cancro del colon, un tempo raro in Giappone è aumentato di quattro volte in solo 20 anni. Osservazioni di questo tipo caratterizzano molti tipi di cancri e sono spiegabili con un importante contributo di esposizioni a cancerogeni dovuti all’ambiente e allo stile di vita, piuttosto che a variazioni genetiche o a “sfortuna”.

Tra i principali limiti che gli esperti IARC hanno indiviato nello studio di Tomasetti e Vogelstein c’è quello di non aver valutato forme di cancro molto frequenti  come quelli di stomaco, cervice e mammella che si sa essere associati ad infezioni, stili di vita e fattori ambientali. Inoltre lo studio si è limitato alla popolazione degli USA. Risultati differenti si sarebbero potuti ottenete inserendo nello studio anche altre differenti popolazioni.

Sebbene sia da tempo chiaro che il numero di divisioni cellulari aumenti il rischio di mutazione e pertanto la probabilità di  cancro, un gran numero dei tumori più frequenti sono fortemente correlati con esposizioni di tipo ambientale ( inquinamento ambientale e professionale) o derivanti da particolari stili di vita ( fumo di sigarette) . Pertanto, tutti questi cancri sono prevenibili eliminando o riducendo l’esposizione a cancerogeni; in base alle attuali conoscenze, circa la metà dei tumori che si registrano a livello mondiale sono prevenibili.
Questa affermazione è supportata da rigorose evidenze scientifiche che mostrano una diminuzione dell’incidenza di tumori dopo interventi preventivi finalizzati a diminuire l’esposizione.

Importanti esempi includono il crollo dei tumori polmonari e di altro tumori correlati al tabacco, dopo la riduzione dei consumi di sigarette la diminuzione del rischio di cancro al fegato tra le persone vaccinate contro il virus della epatite B.

” Quello che dobbiamo ancora capire sulle cause del cancro, non dovrebbe essere attribuito alla “cattiva sorte”” dice il dr Wild. ” La ricerca sulle cause del caancro deve continuare e contemporaneamente occorre investire in misure di prevenzioneper quelle forme di canro di cui si conoscono i fattori di rischio. Questo è particolarmente importante in molte area del mondo a basso reddito e con limitati servizi sanitari,  in cui si sta verificando un aumento della frequenza di tumori.”

 

Questa la risposta di Polo Vineis

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ritratto di Paolo Vineis

Paolo Vineis

Medicina clinica
Imperial College, Londra
SALUTE

Che sfortuna! L’articolo è sbagliato

Ormai non solo la stampa quotidiana ma anche quella scientifica è alla ricerca del sensazionalismo. Nel tentativo di nuotare contro la corrente di notizie che costantemente ci vengono riversate addosso (poche delle quali realmente informative), una rivista prestigiosa come Science accetta di pubblicare un articoloche nel riassunto dice che il cancro è dovuto alla “sfortuna” (“bad luck”, termine ripreso nell’editoriale di accompagnamento). Ohibò: sarà vero? O è una trovata pubblicitaria? I quotidiani di tutto il mondo l’hanno presa come un’informazione, anzi una scoperta, e non hanno cercato di decostruirla. Tocca a noi farlo. Dove sta l’errore?

Cristian Tomasetti e Bert Vogelstein (quest’ultimo notissimo ricercatore senior di Baltimora) mostrano che c’è una forte correlazione tra la frequenza dei tumori (dai più rari come quelli delle isole pancreatiche ai più frequenti come quelli del polmone nei fumatori) e il tasso di proliferazione delle cellule staminali dei tessuti in cui insorgono.
Fin qui tutto bene: l’associazione è molto forte e l’informazione è altamente rilevante. In altre parole, più spesso si riproducono le cellule staminali di un organo, e più è facile che vi insorga un cancro (strano che nessuno ci avesse pensato prima …), per esempio perché una frequente proliferazione facilita errori di replicazione del DNA e l’insorgenza di mutazioni. Ma, si noti bene, questa osservazione spiega solo le differenze di suscettibilità al cancro tra i diversi organi o tessuti, non dice nulla sulla probabilità di un individuo di sviluppare il cancro. Quando gli autori dicono che il 65% dei tumori è dovuto alla proliferazione delle cellule staminali e dunque al caso, questa affermazione è semplicemente sbagliata per i seguenti motivi.

Primo, lo studio è basato su un numero relativamente piccolo di tipi tumorali (sui più di 100 esistenti), e perlopiù rari. Sono esclusi “big killers” come i tumori della mammella, della prostata, delle vescica e dell’endometrio. Secondo, vi sono enormi differenze nella frequenza a livello mondiale per lo stesso tipo di tumore. Per esempio, l’incidenza dei tumori del fegato in Islanda è di 2 per 100.000 per anno, in Mongolia di 100 per 100.000 (uomini), ma se consideriamo piccole aree territoriali e sottogruppi della popolazione le differenze ammontano ad alcuni ordini di grandezza (pensiamo al mesotelioma negli operai della Eternit: “bad luck”?. Terzo, i tumori cambiano di frequenza nel corso del tempo: nel ventesimo secolo il cancro del polmone negli USA è aumentato di 50 volte e quelli dello stomaco e della cervice uterina sono diminuiti di 10 volte. Dubito che le cellule staminali abbiano tassi di proliferazione che cambiano nello spazio e nel tempo in modo così drammatico. Quarto, la loro affermazione secondo cui le influenze stocastiche (casuali) costituiscono il contributo più grande all’insorgenza del cancro non è sorretta dai loro stessi dati.
Tutto quello che possono dire è che le differenze tra tessuti, a parità di influenze ambientali e genetiche, sono spiegate dai tassi di proliferazione delle cellule staminali. E’ un bene che questa affermazione sia surrogata da nuove analisi, quali quelle presentate dagli autori, anche se è un’affermazione abbastanza banale. Infine, ci sono nell’articolo alcune scelte metodologiche discutibili. Per esempio, i tumori dell’esofago e del capo e collo vengono interamente ascritti ai tumori “stocastici”, cioè spiegati dal caso, ma in realtà per una larga proporzione di essi conosciamo i fattori di rischio.

Insomma, l’articolo è giusto fino a un certo punto ma completamente sbagliato nella principale conclusione, vale a dire che la maggioranza dei tumori non siano prevenibili. “Bad luck” che il messaggio sia stato confezionato e trasmesso alla popolazione riducendo l’impatto delle politiche preventive.

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