E’ LA FINE DEL CALCIO?

Ho atteso che la tensione emotiva e il dolore provato come tutti i cittadini, di fede democratica, per la morte di Ciro Esposito, si attenuasse.

I giorni passano ma invece aumenta lo sdegno. Uno sdegno che ha varie modalità di interpretazioni. Il primo degli elementi di riflessione riguarda lo scenario in cui si è consumato questo dramma che non è stato solo quello dell’ospedale in cui era ricoverato il ragazzo, dove la sala d’attesa poteva essere riempita dai pianti o dai sorrisi di speranza della madre, ma quello più drammatico dove Ciro è nato: Scampia. Una zona che l’AICS conosce a memoria perché ne ha fatto un punto di forza nella sua capacità di essere presente in un territorio dove in pochi vogliono offrire un contributo e dove la stessa polizia ha difficoltà ad operare. Il dramma si è consumato congiuntamente con una famiglia e un popolo, quello di Scampia, unito nello stesso dolore. Il volto di questa “madre coraggio”, l’invito verso tutti, ultras, Istituzioni, Forze dell’Ordine perché quello di Ciro fosse l’ultima “morte di calcio”, ha fatto il giro del mondo. Il problema è che i rischi perché tutto resti uguale con la possibilità di consumare nuovi drammi, sono altissimi. La tragicità di un evento come la morte di Ciro si connette ad altre morti che il mondo del calcio sta provocando in queste ore. In Brasile per la costruzione degli stadi sono morti operai, lavoratori che sono caduti dalle impalcature poco sicure. Ma contemporaneamente in Cile sono morte quattro persone d’infarto durante la roulette Russa dei rigore di Brasile-Cile.

In Columbia, dove nel 1990 venne ucciso per aver provocato, con un solo autogol, la sconfitta della nazionale, un bravissimo ragazzo, speranza del calcio mondiale che si chiamava Escobar, in queste ore si sono consumati altri drammi con un suicidio e altre due morti per infarto. Dati che fanno sempre più apparire una partita di calcio come uno scontro tra emozioni troppo forti e violenza di gruppo nascosta con l’ipocrita definizione di “appartenenza” alla squadra del cuore. Che fare? Sono anni che denunziamo il problema della violenza negli stadi, che denunciamo le falsità di un mondo che inghiotte speranze e un cambiamento di vita per tantissimi giovani, che è in grado di produrre e alimentare costantemente violenza. E sono anni che risposte non arrivano. Che il mondo del calcio deve essere rifondato è sotto gli occhi di tutti. Non basta trincerarsi dietro agli enormi interessi economici che esprime. Siamo vicini al punto di non ritorno. La debacle della nostra Nazionale si inserisce in questo quadro. La vittoria dei mondiali del 2006 ha prodotto incapacità di comprendere che stavamo ad un passo dal declino finale già dal 2002. Gli otto anni successivi non hanno favorito questa presa di coscienza. La tragicità è che talvolta l’orgoglio dell’appartenenza produce partite che restano nella memoria. Ma si tratta di partite isolate che non possono far pensare alla solidità di un movimento. I nostri giovani, i Verratti gli Immobile sono costretti a cercare gloria fuori dai confini nazionali. Allo stesso tempo è quasi impossibile per le nostre presunte grandi squadre trattenere i Pogaba e i Benatia.

Il deficit accumulato dal calcio è simile a quello del nostro debito pubblico. La rinascita non sarà a breve tempo. Ma le cose da fare ormai sono palesemente chiare. Dal potenziamento dei vivai alla riduzione della presenza dei calciatori stranieri nei nostri campionati alla diminuzione di ingaggi e alla crescita di un senso di appartenenza alle vicende della nostra Nazionale.

Il problema è a monte ed è un problema della FGCI che, dopo il fallimento del Brasile, sembra che voglia cambiare tutto e noi speriamo che questa volta cambi anche qualcosa.

La riflessione sul calcio italiano è ampia. Ci sono troppi stranieri, troppe partite, abbiamo bisogno di un presidente federale che sappia porre fine al potere dei club troppo subordinati agli sponsor e ad una tifoseria violenta. Abbiamo bisogno di impianti più sicuri che riportino la gente negli stadi, di prezzi di biglietti più abbordabili e di norme da studiare con le istituzioni per debellare la violenza.

Per fare tutto questo bisogna rifondare i settori giovanili sia per trovare nuove risorse, che riportino i giocatori italiani sui campi, sia per educare ad un calcio partecipato ma non violento. Il calcio ha bisogno dell’aiuto di tutti e questo significa che la FGCI deve, finalmente, coinvolgere nel settore giovanile anche gli Enti di Promozione Sportiva che con la loro politica di uno sport per tutti lavora sia sul versante della promozione che su quello di un etica sportiva dei cittadini

Basterà percorrere questo cammino insieme e piano piano le cose cambieranno. Con la speranza che Ciro Esposito sia veramente l’ultimo.

Il Responsabile Nazionale Dipartimento Sport AICS

Ciro Turco

da aics.it

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