Ci vediamo sotto la piramide etrusca e la torre di Pasolini…

Cultura – Chia – Viaggio nei luoghi del poeta a 50 anni dal Vangelo secondo Matteo

di Antonello Ricci

Antonello Ricci sotto la torre di Pasolini

La piramide etrusca

La piramide etrusca

La piramide etrusca

Bomarzo - La "piramide etrusca"

Chia - La torre di Pasolini

Chia - La torre di Pasolini

Chia - Fosso Castello

Chia - Fosso Castello

Chia - Fosso Castello

Chia - Fosso Castello

Chia - La torre di Pasolini

Viterbo - La villa di madonna Cornelia - Antonello Ricci

Pier Paolo Pasolini

Chia –  Doveva essere un numero del Corriere dei ragazzi. O forse del Giornalino. Non ricordo. Perché i ricordi sono così: ti promettono un tempo ritrovato ma poi – sempre – ti scappano dalle mani. Si dileguano. E quel fumetto io non l’ho più trovato: smarrito chissà dove chissà quando tra pieghe e rimossi del mio futuro di uomo. In qualche mio trasloco o repulisti. Proprio vero: i libri più belli sono quelli perduti. Magari era il compagno di banco alle medie che te li fregava, con la scusa di leggerli ma poi non te li restituiva. Che ne so: un volume fotografico sugli Ufo o un albo a fumetti con la storia dei mondiali di calcio. Gabriella. Luca.

Ma vedrai che era proprio il Giornalino (lo trovavi a comprare anche in parrocchia).Fra le storie a fumetti ce n’era una in cui si narrava il fascinoso rinvenimento della perduta città inca di Machu Picchu. Sulle Ande, a quasi 2500 metri sul livello del mare, all’alba del secolo XX. L’archeologo era un americano (si chiamava Hiram Bingham, mi pare. L’anno doveva essere il 1906. O il 1911?) Lessi quel giornaletto fino a consumarne le pagine. Poi più nulla.

Questa storia mi torna in mente – del tutto inattesa – a poche settimane dal bel successo di pubblico e dalla gioiosa “riscoperta” del giardino “perduto” di Madonna Cornelia presso Viterbo (fotocronaca). Proprio mentre – con Silvio Cappelli e altri – mi preparo alla passeggiata/Pasolini nei luoghi del Vangelo secondo Matteo(fotocronaca): a cinquant’anni dal primo ciak, quando il friulano scese sulle sponde di fosso Castello a girare la scena del battesimo del Cristo. Sequenze memorabili: un Battista profetico e cencioso; un Gesù dai lineamenti finalmente mediorientali; la plebe palestinese interpretata dai contadini del posto; i farisei coi copricapi “rubati” agli affreschi aretini di Piero. Tra Chia, Bomarzo, gli archi della vecchia statale Ortana, la torre del castello Guastapane (in seguito acquistata, sistemata e intensamente vissuta dal poeta).

Mi torna in mente, questa storia di archeologia precolombiana, mentre leggo su Tusciaweb i calorosi commenti dei lettori alle splendide foto della piramide etrusca di Bomarzo(fotocronaca): tutti entusiasti, in molti giurano di conoscerla già (ed è vero), qualcuno evoca pure il nome di un benigno Genius Loci (doveroso portargli riconoscenza nominandolo: Salvatore Fosci) che da anni se ne prende cura con amore. Ecco. Proprio sotto questo aspetto Machu Picchu è un caso esemplare di pedagogia delle rovine.

Wikipedia ti spiega che se provi a definire la meraviglia peruviana come luogo “ritrovato”, rischi un cortocircuito logico: almeno nella memoria e nella vita quotidiana delle genti di quelle valli, le rovine di Machu Picchu non erano andate mai veramente “perdute”. Non è poco. Ma il punto è proprio questo: anche quando sopravvivano fisicamente alla storia che li produsse e mise in scena, un sito o un monumento (i ruderi di una capitale “in fuga” a strapiombo fra picchi vertiginosi, proprio come una piramide intagliata nel peperino vivo sul pendio di una forra vulcanica) possono finire “perduti”. Morire. Questo succede quando essi non trovano più posto nei racconti che una comunità tramanda. Racconti che possano salvarli, consegnandone un senso e un valore possibili ai nostri pronipoti. Racconti-patrimonio. Del resto, alla metà dell’Ottocento i contadini di Sovana non scambiavano per semplici “scherzi di natura” i bassorilievi di una tomba rupestre etrusca descritti loro da George Dennis? Primo viene sempre il silenzio: l’oblio, il nero tempo che affatica le cose e le divora. I rovi, le serpi, i crolli vengono soltanto poi. Molto dopo.

È sempre un racconto che salva le cose. Sulla piana di Troia come presso le rovine sparse di sale di Castro, la città-bosco: è la poesia che vince di mille secoli il silenzio. Per me, in altre parole, Machu Picchu “esiste” proprio grazie all’incantagione di quel fumetto che la disseppellì dai meandri della mia fantasia e me la fece incontrare. Fu vero archeologo, l’autore di quel fumetto.

Pasolini fu – insieme – poeta di raffinata sensibilità decadente e narratore popolare quanti altri mai nella nostra tradizione stitica. Amò immensamente la Tuscia. Quale capitolo splendido e negletto di un più grande libro delle meraviglie: quello del paesaggio italiano. Inteso al tempo stesso nella sua quotidianità di territorio vissuto, “concreto” e nella dimensione eternante di quel paesaggio al quadrato che chiamiamo storia dell’arte. Assai ricco, per quanto poco noto, è il catalogo dei paesaggi viterbesi immortalati nell’opera pasoliniana. Totò nella luce giottesca di Tuscania. Le brume del dopostoria svaporanti sulla pianura laziale, dal Circeo a Vetralla. La Soriano manierista e “bambocciante” di Petrolio. La torre di Viterbo invocata nelPoeta delle ceneri.

Il ricordo in versi della prostituta che (unica) seppe adescare Pierpaolo, un giorno lontano: si chiamava Franca e veniva da Viterbo (A un figlio mai nato). Poi ci sono le querce rosa di Chia e i piccoli fiumi che mormorano, là in fondo, come spiriti beati. Ci sono i suoi vecchi. O suoi giovani immusoniti che smaniavano per partire e non tornare mai più. O i morti di qua, che tornavano invece, eccome, nella primavera del 1974, ma solo per sillabare perduti ricordi di straziante dolcezza. La forma della città di Orte, infine. Quella sua vecchia povera strada in salita e quella sua porta anonima, la cui bellezza senza nome, la cui bellezza popolare Pasolini sosteneva di dover difendere con strenuo rigore: contro le benne e contro le mutazioni indotte dal falso progresso. E una partita di calcio – una domenica pomeriggio a Orte – immortalata nel documentario-appello all’Unesco realizzato per scongiurare la cancellazione delle mura di Sana’a: lassù in alto, contro il fondale della sua natura, uno spettatore giura al poeta che quel borgo è “bello come un prosciutto”.

Ecco il punto: batterci anche noi – sempre – per questa bellezza dalla solennità umile e trascurata. Come Pier Paolo Pasolini. Con Pier Paolo Pasolini. Ci vediamo sui gradini della piramide.

Antonello Ricci


Una via, un luogo, uno spazio dedicati a Pier Paolo Pasolini

Prendendo spunto dalla passeggiata del 27 aprile, Tusciaweb ha lanciato a livello nazionale la campagna “Una via, un luogo, uno spazio dedicati a Pier Paolo Pasolini”, le adesioni possono essere espresse cliccando “Mi piace” sulla pagina Facebook. Possono essere inviate in redazione anche adesioni motivate tramite email.


Passeggiata sulle orme di Pier Paolo Pasolini a 50 anni dal Vangelo secondo Matteo

Chia – Domenica 27 aprile prossimo giornata di trekking culturale in cammino sulla scena del Battesimo di Gesù, girata cinquantanni fa lungo il Fosso Castello di Chia, durante la lavorazione del film “Vangelo secondo Matteo” di Pierpaolo Pasolini uscito nelle sale cinematografiche nel 1964.

Appuntamento alle 8,30 all’ingresso di Bomarzo (Vt). La passeggiata si svilupperà all’interno del bosco circostante e sarà lunga circa 7 chilometri. Ad accompagnare il gruppo, con delle sorprese culturali, il cantastorie Antonello Ricci, Pietro Benedetti, Paolo Zuccarino e Silvio Cappelli.

Un’occasione ghiotta per visitare anche la famosa e misteriosa “piramide etrusca”, gli antichi camminamenti, le case rupestri, il notevole sito archeologico di Santa Cecilia, gli antichi mulini e “il posto più bello del mondo” dove il regista poeta Pasolini ha ricostruito il fiume Giordano per girare una scena del suo film.

Proprio nei pressi di Chia, infatti, mentre si girano alcune sequenze del Vangelo secondo Matteo, Pasolini s’innamora della torre medioevale che poi diventerà la sua abitazione. È la primavera del 1964.

Due anni dopo scrive che vorrebbe andare a vivere dentro quella torre che non riesce a comprare, “nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri.

La manifestazione è organizzata in collaborazione con i Cavalieri del soccorso – città di Viterbo. Info Silvio 338/2129568.

25 aprile, 2014 – 1.39

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