La natura della Tuscia ha sempre ispirato Pasolini

Cultura – Intervista all’attore Ninetto Davoli, che ricorda le giornate trascorse a Chia col grande intellettuale, in vista della passeggiata di domenica 27 aprile nei luoghi del “Vangelo secondo Matteo” da tusciaweb.eu

di Paola Pierdomenico

Roma
 – “La natura della Tuscia ha sempre ispirato Pasolini”.
pasolini

Le scene coi neri capelli ricci sulla fronte e lo sguardo da furbetto nei film di Pier Paolo Pasolini sono lontane. A sentirlo parlare, però, Ninetto Davoli le ricorda come fossero ieri. E ricorda ancora meglio il suo legame con il regista del “Vangelo secondo Matteo” e di “Uccellacci e Uccellini”. Un rapporto che si è rafforzato negli anni e proprio nella Tuscia, a Chia, dove i due passavano la maggior parte del loro tempo.

Uno, Pasolini, intento a scrivere, dipingere e creare. L’altro, Davoli, a fare la spesa e cucinare. Ad accomunarli l’amore per quella natura che li circondava. Selvaggia. Incontaminata. Un paesaggio che, come spiega Davoli, ha molto ispirato Pasolini che, appunto, lo ha adottato come rifugio dalla vita quotidiana.

Davoli è ritornato spesso qui, anche in occasione di un premio a Soriano con il produttore cinematografico Alfredo Bini (fotocronaca 1). Momenti che, però, come sostiene l’attore, non hanno lo stesso sapore del passato.

La magia di quei luoghi sarà riproposta domenica 27 aprile lungo il Fosso Castello dove è stato girato il “Vangelo secondo Matteo” con unapasseggiata guidata da Silvio Cappelli e Antonello Ricci a 50 anni dal film (fotocronaca).

Come ha conosciuto Pier Paolo Pasolini?
“Casualmente nel 1963 – inizia a raccontare Davoli -. Stavo facendo un giro alla periferia di Roma e sono capitato coi miei amici all’Acqua santa in cui i romani trascorrono giornate di festa. Sono passato di lì e gli occhi ci sono andati su un gruppo di gente accalcata. Non capivamo cosa potesse essere e, incuriositi, ci siamo avvicinati.

Stavano girando il film di Pasolini la “Ricotta“. Mentre stavo a guardare, una persona che conoscevo mi ha presentato il regista, dicendomi “a Nine’ – ricorda in romanesco – questo è Pasolini”. Lui, mi guardò, mi fece un sorriso e una carezza in testa. Non sapevo bene chi fosse e dopo un po’ me ne sono andato. Più tardi, prima di andare via, Pasolini ripassò davanti a noi e ci salutò carinamente”.

Dopo quell’incontro cosa è successo?
“Dopo qualche mese, mi chiamò per una piccola parte nel “Vangelo secondo Matteo”, che non volevo fare perché ero piccolo e intimorito. Imbarazzato. Avevo solo 15 anni, ma alla fine, dopo qualche insistenza, accettai”.

Da lì, è iniziata l’esperienza cinematografica…
“Ho recitato in “Uccellacci e Uccellini” con Totò. Un imbarazzo enorme perché, fino a poco tempo prima, Totò andavo a vederlo al cinema. Sono stato travolto dal suo grande fascino. Quell’ambiente mi è piaciuto da subito. All’inizio ero molto impaurito, poi, piano piano, mi sono sciolto. E’ stata un’esperienza bella e curiosa. Anomala per un ragazzino”.

Che persona era Pier Paolo Pasolini?
“Una persona eccezionale, affabile, umana. Semplice e gentile. Non era un regista che ti imponeva certi ruoli. Lui lavorava con attori-non attori presi dalla strada e aveva molta bontà nel trattarli. Li faceva recitare per come erano nella vita. Con me ha funzionato”.

Pasolini ha spesso visitato la Tuscia. Come ne era venuto a conoscenza?
“Dopo i sopralluoghi per le riprese del Vangelo. Sotto Chia ci sono due fiumi che si incontrano, un vecchio cimitero e un mulino. Lì, abbiamo girato la scena della benedizione di Cristo. Pier Paolo rimase colpito dalla due torri e decise di comprarle e costruirci all’interno una casa nascosta. Andavamo spesso lì e poi ci spostavamo nei paesi intorno tipo Orte, Soriano, Bomarzo e Viterbo”.

Che cosa facevate durante la giornata?
“Pier Paolo scriveva, mentre io andavo a fare la spesa per riempirci lo stomaco, visto che lui non sapeva cucinare. Frequentavamo anche un ristorantino proprio fuori il bosco di Chia e nel tempo libero giocavamo a calcio, inventandoci sfide tra paesi”.

E poi avete organizzato Chia per il verde… 
“Pier Paolo avrebbe dato un premio di un milione di lire alla casa più fiorita. Insieme ai fiorai della zona quindi abbiamo distribuito piantine agli abitanti e, l’anno successivo, il migliore addobbo avrebbe vinto. Pier Paolo poi amava dipingere, faceva facce, ma non ritratti, erano più che altro disegni astratti con la matita che poi colorava coi fiori, l’erba e i petali di papavero, dando un’anima a questi quadri”.

Quindi dal fascino per la natura si spiega il legame con la Tuscia.
“Certo. Noi amavamo la natura e l’aria di quella zona. I colori e l’atmosfera. Quando uscivamo dalla strada che collega Orte a Viterbo e ci incanalavamo dentro i sentieri per andare alle torri era tutto un fiorire, avvolti dal giallo della ginestra. Era un qualcosa di bello”.

A proposito di facce, c’è qualche persona che frequentavate in quei posti?
“La famiglia Troccoli. Giuseppe faceva il giardiniere nelle torri e il figlio, Claudio, ha recitato in “Salò“”.

E del suo rapporto con la Tuscia, invece?
“E’ un posto che amo molto. Quando andavo a fare la spesa, mi fermavo a osservare il panorama o a parlare con la gente. Insieme a Pier Paolo ci andavamo spesso, ma proprio spesso, spesso – ribadisce -. Il sabato e la domenica era una tappa fissa perché lui lì aveva un punto per lavorare tranquillamente. E anche noi abbiamo cercato di dare a quel posto un’atmosfera particolare, lasciando l’ambiente selvaggio”.

C’è qualche ricordo curioso di quel periodo?
“Non ci sono aneddoti particolari. A volte capitava che facessimo delle feste in quella baracca immersa nel verde. Invitavamo gli amici di Roma e qualcuno da Chia. L’unica cosa che resta nella mia mente è l’immagine di Pier Paolo che dipinge dentro la casa di legno. La natura della Tuscia era una grande fonte di ispirazione e l’amava. Tutta”.

L’arte era una parte integrante della vostra vita…
“Pier Paolo mi portava anche sui fiumi a raccogliere i sassi logorati dall’acqua per incastrali e farne delle sculture. Io ero un po’ scettico e gli dicevo: “A Pa’ – dice in romanesco come se avesse di fronte Pasolini – ma chi ‘i porta ‘sti sassi che pesano?”. E lui mi diceva sempre che ci saremmo organizzati in qualche modo. Amava creare e lo faceva in tutti i modi”.

Il 27 aprile è in programma una passeggiata in quei luoghi… Cosa ne pensa?
“E’ una bella iniziativa. Vale la pena ripercorrere certi ambienti”.

E’ ritornato a Chia senza Pasolini?
“Come no. Dopo la morte di Pier Paolo, l’allarme di quella casa è stato collegato alla mia per cui spesso, quando scattava nella notte per segnalare un furto, ci andavo per capire cosa fosse successo”.

Che vuol dire ritornare in quella casa senza Pasolini? C’è più quella magia di cui parlava prima?
“La prima volta che ci sono andato di notte e solo, mi ha fatto un brutto effetto, perché dentro queste due torri… – esita senza aggiungere di più -. Beh, mi ha fatto strano. Tristezza. Era un posto talmente bello per noi due che, arrivarci senza di lui, mi metteva angoscia. A dir la verità, torno poco lì”.

A Roma è stata allestita una mostra-romanzo a Palazzo delle Esposizioni, “Pasolini-Roma”, che resterà aperta fino al 20 luglio. Alla luce di queste iniziative, per lei, qual è stato il contributo di Pasolini al nostro paese?
“La mostra è partita da Barcellona, poi si è spostata a Parigi, è arrivata a Roma e si chiuderà a Berlino. Che dire? Ha lasciato qualcosa di grande. Il suo pensiero ha sconvolto tutti ed è riuscito a sensibilizzare tanta gente e, in particolare, i giovani. E’ stato amato e odiato. Un uomo che non è mai stato visto di buon occhio per quello che faceva e diceva.

Era considerato un trasgressore anche se, alla fine, quello che scrisse anni fa si è verificato e si può toccare con mano. Oggi, dunque, si avverte l’esigenza di scoprire questo uomo misterioso che ha avuto la facoltà di predire molte cose. E’ uno dei poeti più grandi del ’900 molto considerato in tutto il mondo. A New York, San Francisco o Londra ho avuto modo di assistere a mostre che, come suo amico, mi hanno reso orgoglioso. L’avidità e l’ingordigia di conoscerlo che c’è adesso mi fa piacere. Qui in Italia gli stanno rendendo omaggio solo adesso”.

Ha qualche rimpianto?
“Pier Paolo – conclude – lo sa quello che penso. Lo sa. Lo sa. Lo sa – dice quasi a convincersi -. Il rimpianto è che è morto un amico, una persona con cui lavoravo e con cui stavo bene. E’ morto un compagno di vita. Mi manca la persona che è riuscita a tirare fuori quello che è Ninetto. Potevo contare su di lui e confidarmi con lui. Era un appoggio morale. Mi manca”.

Paola Pierdomenico


Una via, un luogo, uno spazio dedicati a Pier Paolo Pasolini

Prendendo spunto dalla passeggiata del 27 aprile, Tusciaweb ha lanciato a livello nazionale la campagna “Una via, un luogo, uno spazio dedicati a Pier Paolo Pasolini”, le adesioni possono essere espresse cliccando “Mi piace” sulla pagina Facebook. Possono essere inviate in redazione anche adesioni motivate tramite email.


Passeggiata sulle orme di Pier Paolo Pasolini a 50 anni dal Vangelo secondo Matteo

Chia – Domenica 27 aprile prossimo giornata di trekking culturale in cammino sulla scena del Battesimo di Gesù, girata cinquantanni fa lungo il Fosso Castello di Chia, durante la lavorazione del film “Vangelo secondo Matteo” di Pierpaolo Pasolini uscito nelle sale cinematografiche nel 1964.

Appuntamento alle 8,30 all’ingresso di Bomarzo (Vt). La passeggiata si svilupperà all’interno del bosco circostante e sarà lunga circa 7 chilometri. Ad accompagnare il gruppo, con delle sorprese culturali, il cantastorie Antonello Ricci, Pietro Benedetti, Paolo Zuccarino e Silvio Cappelli.

Un’occasione ghiotta per visitare anche la famosa e misteriosa “piramide etrusca”, gli antichi camminamenti, le case rupestri, il notevole sito archeologico di Santa Cecilia, gli antichi mulini e “il posto più bello del mondo” dove il regista poeta Pasolini ha ricostruito il fiume Giordano per girare una scena del suo film.

Proprio nei pressi di Chia, infatti, mentre si girano alcune sequenze del Vangelo secondo Matteo, Pasolini s’innamora della torre medioevale che poi diventerà la sua abitazione. È la primavera del 1964.

Due anni dopo scrive che vorrebbe andare a vivere dentro quella torre che non riesce a comprare, “nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri.

La manifestazione è organizzata in collaborazione con i Cavalieri del soccorso – città di Viterbo. Info Silvio 338/2129568.

23 aprile, 2014 – 4.07
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