CARLO LOTTI sulla Mostra dell’artista Roberto Joppolo

L’altro ternaro, che si germoglia
in questa primavera sempiterna
che notturno ariete non dispoglia. (Dante Alighieri canto XXVIII Paradiso)

Occorre, precipuamente, insistere sul concetto di rappresentazione, sullo sforzo e sulla volontà, da parte dell’artista di ipostatizzare il mondo dell’astrazione pura.

La ricerca del Maestro Joppolo non è fine a se stessa, ma viene definita da quel processo dove una percezione o appercezione o immaginazione si presenta alla coscienza più vicina agli intenti rappresentativi ed emotivi. Il grande artista non vuole soltanto rappresentare il suo sentimento, ma vuole, anche, parlare di Dio.

  La sua realizzazione formale della visione che riflette tutta la dinamica dei cieli e la sublime staticità della vita, si ipostatizza nel “San Francesco” e nel “seme che germoglia”. Del “San Francesco” mi occuperò più avanti, ora, mi preme esplicitare qualche considerazione sul “seme” come vita alla stato di potenza. La sorgente della vita è energia, e, tutti gli esseri viventi nascono da questa esigenza di creazione; la germinazione come coscienza creatrice, cioè, che trae da se stessa tutto ciò che produce il seme vivente che conserva il movimento e al suo interno sviluppa forze e azioni sempre rinascenti. L’artista può rendere sensibili i fenomeni propri della vita in atto e in questo, Joppolo, genialmente, li ha resi visibili.

  Come sottolinea Claudio Strinati nelle pagine del bel catalogo a cura dell’Associazione Museo Roberto Joppolo: “C’è in Joppolo un duplice costante riferimento all’idea della ciclicità e all’idea della levitazione, come se la quintessenza dell’arte consistesse nel togliere alle cose rappresentate peso e incombenza per proiettarle in un iperuranio dove la forza di gravità non esiste più e i corpi celesti si muovono liberi da ogni gravame e da ogni preoccupazione”.

  Mentre sfogliavo con viva emozione la pagine del catalogo all’interno della famosissima Aula del “Conclave” del “Palazzo dei Papi”, pensavo di proporre qualcosa attraverso quello che contemplavo intorno a me, ciò che questo luogo d’arte mi presentava con le opere della mostra, con il suo essere di storia, di archeologia, di paesaggio, di religione e ancora di tantissime altre qualità.

  Capirà, l’accorto visitatore della mostra, che pochissimi sono i siti sul suolo italico, dove, i “tipi di bellezza sommi” si armonizzano in un tutto, che non è solamente la somma delle parti, ma qualcosa di più, e, queste traggono sempre nuovo significato dalla partecipazione dell’insieme.

  La bellezza che salva viene esplicitata con chiarezza in ogni opera sia pittorica sia plastica.  Con la mostra “Arte e Fede” Roberto Joppolo ci dice che il conoscere la verità significa sollevarsi dal visibile all’invisibile, e così poter contemplare le eterne leggi del cosmo. Perché è assolutamente vero che guardare un’opera d’arte significa elevare, con slancio mistico che è proprio del trasporto spirituale, l’anima del contemplante. Il “San Francesco” con sguardo profondo guarda una colomba posatasi sulla sua spalla, LUMEN FIDEI e LUMEN GENTIUM.

  Altri grandi artisti nel passato hanno, con la loro creatività, coniugato Arte e Fede; si pensi allo “Spazio della Coscienza” di Marc Tobey, oppure a “Lo Spirituale nell’Arte” di Wassily Kandinsky, o, alla diffusione dei campi cromatici in Mark Rothko. I quadrati di Josef Albers, ad esempio, mettono a loro modo in comunicazione le varie forme di Arte con la Fede, quale via per avvicinarsi all’invisibile. Anche Antoni Tàpies, con il suo linguaggio estetico fatto di segni e di superfici cromatiche, invita il nostro sguardo a una articolata riflessione.

  L’Arte ci aiuta a comprendere la dimensione, come ci dice Joppolo, della vita spirituale. Nelle esperienze visive di influenza reciproca tra colori e forme, si dimostra che il vero principio della conoscenza è la visione della Fede. Le anime, misticamente,  si lasciano coinvolgere in questo processo di alleggerimento corporeo, e al tempo stesso vengono liberate dai pesi della quotidianità e della consuetudine. Lo spirito, attraverso l’Arte, viene invitato ad approfondire, con la Fede ma anche intellettivamente, lo sguardo e sperimentarli nella loro unione.

  Joppolo ci mette in contatto alle possibilità di variazione di un motivo, egli vive una forma odierna di un tipo di contemplazione attiva, sa, e ce lo dice, che la vita è in se più ricca di ogni energia tendente a esaurirla. Sforzo, lavoro e decisione sono in lui tentativi, riusciti magnificamente, di avvicinamento dove la vita si afferma come una grande e intensa realtà. Dipingere, è, per il grande Maestro di origini senesi, l’accesso attraverso il colore e la linea curva, al mondo della fede senza che ciò comporti un’espressione, pittorica o plastica, totalmente assorbita nell’illustrazione. Un dipinto o una scultura sono null’altro che forme di comunicazione con l’alterità. E’ un modo di fiducia della vita stessa.

  Uomini e opere d’Arte, sono vivi ovunque li si collochi, e, all’osservatore viene rivelata solamente la loro forma. Invece, c’è da dire, chi critica un’opera d’Arte con le sole espressioni verbali non si giova nel progresso della fede; per una vera apertura al Mondo sono più costruttive le forme non verbali come l’ascolto e il vedere.

  Con la Fede non si chiarisce l’ignoto, e, non lo si ripone nell’opera d’Arte ove non ci sia più bisogno di curarsene. L’ignoto, invece, viene inserito, mediante la Fede in modo vitale efficace e pieno di significati nella nostra vita quotidiana: “Grande madre”, “Intimo colloquio”.

  L’ignoto resta l’ignoto. Esso, è sempre un mistero, e perciò non può cessare di essere un mistero.

  La funzione della Fede e dell’Arte non è neppure quella di traslitterare il mistero in una chiara forma comprensibile, bensì quello di fondere il noto con l’ignoto in un tutto vitale, dove l’uomo, sia in grado di trascendere i limiti del suo io esteriore.

  Vicino, ormai, alla conclusione  del mio percorso, e con l’atteggiamento spirituale di un pellegrino incamminato verso orizzonti ermeneutici sempre più vasti di conoscenza, voglio arricchire questa dissertazione sulla mostra “Arte e Fede” con due “ipostasi” in forma dialogica di due colossi della Storia dell’Arte e della filosofia che verranno in mio soccorso per concludere degnamente questa mia fatica.

  Bernard Berenson, una figura quasi sacra di studioso e di giramondo; una di quei viandanti senza patria e senza casa e la cui strada non conosce confini.

  Sulla possibilità di, ermeneuticamente, valutare le opere d’Arte così si esprime: “Unico modo di avere più precisi e distesi particolari sarebbe quello di sorprendere quadri e statue, anche colonne e frontoni, che parlassero tra di loro. E così raccogliere con i nostri orecchi la loro conversazione. Ma, ciò, allora, vorrebbe anche dire che siamo in quell’aria trasparentissima dell’Empireo. Oppure che siamo tanto forti da reggere alla notizia di tutti i misfatti compiuti dai nostri colleghi sulle opere d’Arte. E forse anche da noi medesimi”.

  A queste parole, e a un silenzio che le segue: ecco, la figura di “San Francesco”, sublime opera  di Joppolo, con sulle spalle una colomba, carica con tale evidenza di quel significato berensoniano, da imporsi, in un attimo, con la forza di un atto di fede; un’astrazione, una definizione critica che possono riassumersi con queste parole del grande filosofo Plotino: “Fuggiamo dunque verso la nostra Patria, questo è il consiglio vero che vorremmo raccomandare. La nostra Patria, da cui siamo venuti, è lassù, dove è il nostro Padre. Ma che viaggio è? Che fuga è? Non è un viaggio da compiere con i piedi, che sulla terra ci portano per ogni dove, da una regione all’altra; né devi approntare un carro o un qualche naviglio, ma devi lasciare perdere tutte queste cose, e non guardare. Come chiudendo gli occhi, invece, dovrai cambiare la tua vista con un’altra (riuscire a vedere nel buio), risvegliare la vista che tutti possiedono, ma pochi usano”.

  E, poiché , non vi è, nel tempo e nello spazio, uno scibile capace di trascendere quella che è la verità o la realtà finale che domina tutte le creature: cioè, questo loro fatale svolgersi e ruotare nel tempo e nello spazio, e tale è l’Universo; tanto meno si potrà usare una verità diversa per corrispondere con opere d’Arte che sono le figlie predilette di questa verità, o, realtà.

                                                                                                                                                             Carlo Lotti

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