Processo alla Seconda Repubblica (mai nata)

Convegno socialista, sotto forma di processo, per analizzare i guasti degli ultimi vent’anni
Barbara Conti – Processo alla Seconda Repubblica (mai nata)
mercoledì 28 marzo 2012

Barbara Conti

Vent’anni trascorsi invano. Sembra questa la triste lezione che rimane dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica, a cui, però, non ha fatto seguito una Seconda Repubblica degna del passaggio di testimone.
“Processo alla Seconda Repubblica (mai nata)”. Questo il titolo del dibattito, nell’insolita forma di processo con tanto di accusa, difesa, giuria e giudice, che si è svolto alla Biblioteca del Senato venerdì 21 marzo. Un’occasione per discutere del tema tra esponenti del giornalismo, della politica, della magistratura a cui hanno partecipato con Riccardo Nencini, come pubblici ministeri dell’accusa, Marco da Milano, Bruno Tabacci, Tiziana Parenti e Massimo Teodori, poi l’avvocata Marina Meucci, difensore d’ufficio (anche nella vita ndr) e per la giuria Giampiero Marrazzo, Paolo Franchi, Mauro Del Bue, Ettore Colombo, Luca Mariani, con Pio Marconi nel ruolo di Presidente. 
Il ‘dibattimento’ è stato aperto da Riccardo Nencini che vede in quattro motivi, le cause che lo portano ad affermare come già fallita la Prima Repubblica: la politica non ha saputo ricostruire ciò che era stato distrutto attraverso la formazione di istituzioni innovative; c’è stato il mancato rinnovo delle classi dirigenti; si è continuato a considerare l’avversario un nemico in un periodo in cui c’era necessità di unità nazionale; il diverso ruolo internazionale dell’Italia. 
Per quanto riguarda il primo aspetto Nencini ha evidenziato come, in un periodo in cui si sono succedute quattro tipologie di crisi (economica, politica, delle istituzioni e della ‘missione’, perché nessuna delle promesse, delle speranze, degli impegni presi in precedenza è stata mantenuta) domini il fenomeno del trasformismo con “partiti più ricchi e più in crisi di sempre, perché si sono abituati a vivere di rendita con effetti devastanti sull’opinione pubblica”. E per cambiare le cose ha lanciato una provocazione: allungare di un anno la legislatura, con un uso improprio dell’art. 60 della Costituzione che lo prevede solamente in caso di guerra, eleggendo un’Assemblea costituente che riscriva nuove regole, per poi tornare al voto. 
Anche il giornalista de “L’Espresso”, Marco Damilano, (autore del libro “Eutanasia di un potere”), ha insistito molto sul tema della Grande Riforma, già “lanciato” da Bettino Craxi in un editoriale dell’Avanti! del 25 settembre 1979, intitolato “Ottava legislatura”. Politica del cambiamento, dunque, che vede come sola via per uscire da un immobilismo dannoso e preoccupante che, a partire dal 9 maggio 1978 (data dell’omicidio di Aldo Moro che Damilano considera come indicativa della fine della Prima Repubblica), aveva condotto a un “blocco” del sistema istituzionale e dei partiti. Lo stesso Craxi, in modo lungimirante e profetico, già nel 1979 aveva scritto nel suo editoriale “siamo a due passi dalla crisi delle Istituzioni”. Oggi il sistema politico è cambiato in peggio: “figure centrali sono il comunicatore e il tesoriere (di qui i Lusi dei giorni nostri)”. Il problema è, citando Gervasoni, di mentalità, culturale, non solo istituzionale, ovvero quello più complesso del “passaggio da una Repubblica dei partiti a una Repubblica dei cittadini”. 
Proprio il parlamentare Bruno Tabacci, ha sottolineato come si sia passati da partiti popolari a partiti padronali “che esprimono il principio del servilismo, per cui non si coniuga il diritto all’ascensore sociale col dovere alla responsabilità civile. Già nella campagna elettorale del ’92 si faticò ad affermare il principio dell’interesse generale”. “La Seconda Repubblica – ha rimarcato – è l’epoca delle illusioni per cui, se prima avevamo una crescita con debito, in questo momento c’è un debito senza crescita, che si accumula, accompagnato da una totale assenza di sviluppo. È un Paese che non crede nel futuro, ma nel gioco, nei pacchi, nel lotto, nel colpo di fortuna”. Perciò occorre una “rivoluzione etica, civica, che nasca nella coscienza dei popoli, sebbene sembri lontana dall’avvenire” per uscire da una “confusione rispetto a modelli educativi”. 
Durissimo nella sostanza, ma elegante nella forma, l’intervento dell’ex magistrato del pool “Mani pulite”, Tiziana Parenti. Siamo giunti, avverte, ad un “problema di sostanza della democrazia”. In un’epoca in cui siamo spiati al telefono e al pc, occorre chiedersi, sottolinea, se ne valga la pena e quanto siamo disposti a cedere, a sacrificare dei nostri diritti costituzionali e delle nostre libertà in nome del bene pubblico, della salute pubblica e dell’ordine pubblico. “Abbiamo ceduto il potere costituzionale al potere giudiziario. Un magistrato può decidere della vita e della morte di una persona con la fecondazione assistita e l’eutanasia” e, in pratica, non ha responsabilità neanche di fronte ad errori gravi. “Occorre – ha concluso – riprendere il percorso delle riforme costituzionali per tornare a scegliere dei nostri diritti e delle nostre libertà”.
La conclusione del dibattimento si può riassumere così: la Seconda Repubblica non è mai nata, mentre sono cresciuti a dismisura gli aspetti più deteriori della politica; c’è bisogno del ritorno ad una vera sovranità popolare e ad una democrazia partecipata nel rispetto della dignità e dei diritti di tutti i cittadini. 
Pesanti i capi di accusa e insufficiente le ragioni a difesa. “Ma la politica non può essere processata. Si può mettere in discussione – ha concluso Pio Marconi  – ma certo non pensare di riformarla portandola in tribunale. C’è stata colpa,  ma non dolo. E, secondo alcuni, colpa collettiva di chi ha ritenuto che bastassero piccoli cambiamenti a salvare la Repubblica e le sue Istituzioni mentre il cambiamento necessario doveva essere molto più profondo”.

da avantidelladomenica

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