Bombe chimiche nei nostri mari

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Scritto da Anna | 21 febbraio, 2012 22:26

Le guerre lasciano sempre brutti ricordi, si sa. Quello che hanno lasciato nel Mare Adriatico la Seconda Guerra Mondiale e successivamente la guerra nel Kosovo sono oltre 30mila ordigni inabissati nel sud del mare Adriatico, di cui 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari, 13mila proiettili e 438 barili contenenti sostanze tossiche inabissati nel golfo di Napoli; 4.300 le bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare davanti a Pesaro. Poi esistono laboratori e depositi di armi chimiche della Chemical City in provincia di Viterbo, l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro e migliaia di ‘bomblets’ (derivati dall’apertura delle bombe a grappolo) sganciati dagli aerei Nato sui fondali marini del basso Adriatico durante la guerra del Kosovo.

Tutte queste armi continuano a rilasciare sostanze tossiche come arsenico, iprite, lewsite, fosgene e difosgene, acido cloro solfonico e cloropicerina da piu’ di 80 anni, causando gravi danni all’ecosistema e alla salute delle popolazioni locali.

Legambiente e il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche  hanno cercato di capire chi abbia le responsabilità di ripulire. Oggi a Roma hanno presentato il dossier “Armi chimiche: un’eredita’ ancora pericolosa”, visto che tra l’altro una vera e propria mappatura di questa realta’ non esiste ancora.

Al ministero della Difesa spetta solo la competenza per le aree militari (militari al momento della bonifica). Quando viene rinvenuto un ordigno chimico, questo viene trasportato a Civitavecchia nel centro tecnico logistico interforze Nbc dove viene demilitarizzato e distrutto. Nel 2011 gli interventi di bonifica di questo tipo sul territorio nazionale sono stati 49.

La Convenzione di Parigi prevede che ogni Stato si impegni a distruggere e smaltire le armi chimiche sul suo territorio e quelle abbandonate sul territorio di altri Paesi. Ma “per il momento, la policy del ministero degli Affari Esteri e’ che l’Italia gestisca da se’ gli ordigni presenti sul suo territorio”, specifica il colonnello Antonello Massaro, direttore dell’Nbc, centro che fruisce dal 2009 di un finanziamento annuo di 1.200.000 di euro per la propria attivita’.

Per quanto riguarda la Chemical City, il centro di ricerca e produzione di armi chimiche voluto da Mussolini, sul lago di Vico,  e attivo fin dagli anni ’70, nel 2000 le attivita’ militari hanno concluso le operazioni di bonifica dei serbatoi, ma le successive indagini dell’Arpa sui sedimenti del lago hanno evidenziato concentrazioni di arsenico superiori alla soglia di contaminazione.

Il colonnello Massaro assicura che “entro l’anno inizieranno i lavori di bonifica del lago, che erano gia’ stati programmati in previsione della dismissione del sito”. I fondi sono già stati stanziati e ammontano a 1,2 milioni di euro.

Piu’ difficile sarà cercare il reponsabile di un’eventuale bonifica di altri siti non militari, come nel caso di Molfetta. Sul fondale porto e’ un vero e proprio arsenale di bombe, la maggior parte delle quali derivano dalle 17 navi affondate nel porto di Bari durante il bombardamento tedesco del 2 dicembre del 1943, le cui stive erano cariche di bombe all’iprite. A quelle inabissate, si aggiunsero poi quelle sganciate dai caccia della Nato durante la guerra del Kosovo.

Gli ordigni continuano a rilasciare i loro veleni, come evidenzia un’indagine condotta dall’Ispra sulle conseguenze ambientali dell’abbandono delle armi chimiche in mare, condotta nel Golfo di Manfredonia. Si sono rilevati nei pesci alterazioni del dna e degli enzimi epatici, presenza di arsenico nei muscoli e nel fegato superiori alla norma, ulcere riconducibili al contatto con l’iprite, sui cui contenitori i pesci vivono e si fanno la tana.

Fonte Adnkronos.it

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