Da Gibara a Londra – La vita esule di Cabrera Infante. Gordiano Lupi

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Guillermo Cabrera Infante nasce a Gibara il 22 aprile del 1929, povera cittadina della provincia di Oriente che ancora non ha scoperto il fascino del cinema povero di Humberto Solás. Negli anni Trenta a Gibara tutto è povero, non serve un festival cinematografico, si respira miseria frammista al profumo di salmastro che proviene dal lungomare. Oceano Atlantico, testa del Caimano che spinge le fauci in un caldo mare tropicale, diventerà  provincia di Holguín, ma adesso territorio di confine, sperduto paese lambito da venti orientali e da inclementi tempeste di pioggia. Guillermo Cabrera fa il giornalista e trasmette al figlio insieme al nome di battesimo anche la passione per la scrittura. Zoila Infante è la sua compagna di vita e di lotta politica, ché nella piccola cittadina di Gibara sono proprio loro i coraggiosi ad aprire una sezione del Partito Comunista, fondato all’Avana nel 1925 da un romantico personaggio come Julio Antonio Mella. Non è la stagione ideale per essere comunisti, sono gli anni di Machado, il dittatore più terribile della storia di Cuba. I coniugi Cabrera Infante vengono arrestati nel 1936, imputati di attività sovversive, insieme al figlioletto che ha soltanto sette anni e deve conoscere per qualche giorno i rigori d’una prigione. La polizia provinciale della dittatura machadista sono le temute Guardie Rurali, che entrano in casa Infante e fanno man bassa, armi alla mano, catturano la madre e il fratello, distruggono mobili e suppellettili, bruciano libri e incartamenti di partito. Il padre non è in casa, ma si consegnerà alla polizia di Santiago – cinquecento chilometri a sud-ovest di Gibara – appena saprà dell’arresto della moglie, mentre il bambino verrà affidato ai nonni fino al giorno della liberazione. 

Gibara comincia a stare stretta alla famiglia di Guillermo, la provincia non è il posto ideale per portare avanti la lotta politica, ma soprattutto non va bene per l’educazione culturale d’un figlio così promettente. L’Avana sembra la scelta giusta, vissuta come un sogno lontano, grande città affacciata sull’Oceano Atlantico, delimitata da un muro in granito, tra il mare e i sogni lontani.

Siamo nel 1941, Guillermo ha soltanto dodici anni quando vede per la prima volta L’Avana, città della sua formazione culturale e umana con la quale sarà sempre legato da un rapporto indissolubile. Frequenta la scuola secondaria quando un professore gli parla per la prima volta dell’Odissea, racconta il ritorno di Ulisse a Itaca e cita l’episodio del cane Argo che nel rivederlo muore per la felicità. Guillermo si emoziona moltissimo, non ha mai sentito una storia così bella, è la spinta decisiva per farlo cominciare a interessare di letteratura. Al liceo il giovane Cabrera Infante è un valente studente di storia della letteratura, non soltanto spagnola e cubana, ma di ogni tempo e latitudine. Nel 1947 s’imbatte ne El Señor Presidente, grande romanzo di Miguel Ángel Asturias, e decide di fare una sorta di parodia del capolavoro scrivendo un racconto con lo stesso titolo. Ha soltanto diciotto anni, ma riesce a usare gli stessi elementi letterari che Asturias inserisce nel testo, soprattutto ripetizioni, suoni, sillabe, assonanze, imitando lo stile. Guillermo lo spedisce a Bohemia, la rivista più popolare di Cuba, quasi come un gioco e con grande sorpresa vede pubblicare quello che lui stesso definisce uno scherzo letterario. Comincia la sua avventura tra le parole, che con il tempo si trasformerà in una professione, ma forse è meglio dire un’ossessione. Sì, perché la croce di uno scrittore è proprio quella di non poter passare una sola giornata senza aver scritto qualcosa, che sia un articolo, un pensiero, una riflessione, una pagina di romanzo, un racconto. Non ha importanza cosa, ma l’importante è scrivere.

Nel 1947 Guillermo ha soltanto diciotto anni, vive le strade d’una capitale sconosciuta e famelica che così bene descriverà nelle pagine de L’Avana per un infante defunto, ama scrivere racconti e come tutti i ragazzi non sa cosa farà della sua vita. La sua prima scelta universitaria si dirige verso la facoltà di medicina, ma la corregge presto perché la materia non fa per lui, così portato al ragionamento letterario, alla giocosa intuizione della parola. Nel 1950 si iscrive alla facoltà di giornalismo – a Cuba esisteva ed esiste ancora oggi pure se a un italiano può sembrare impossibile – seguendo le orme del padre. Comprende che il suo mondo sono il cinema e la letteratura, due amori che lo accompagneranno per tutta la vita, forse i soli amori che non tradirà mai perché con le donne non sarà altrettanto fedele.

A Cuba cade Machado e prende il potere Fulgencio Batista – un sergente mulatto che si autonominerà generale – in un primo tempo grazie a libere elezioni e sostenuto dal Partito Comunista, poi grazie al golpe più rapido della storia di Cuba, portato a termine a bordo di quattro auto con l’aiuto di diciassette ufficiali. Il Partito dell’Azione Unificatrice (PAU) che fa capo a Batista auspica da tempo l’imposizione di una dittatura per riportare ordine nel paese. Batista prende il potere senza spari e senza ostilità, si proclama capo di Stato senza spargere una goccia di sangue, al termine di quello che i cubani chiamano ironicamente come “il golpe del sun-sun”, alludendo a una canzone che parla del sun-sun, un discreto uccellino mattiniero. Gli scrittori non sono mai simpatici ai dittatori, rappresentano dolorose spine nel fianco, perché  il potere è come una droga e ubriacarsi di storia può essere il suo effetto peggiore. Sono parole del grande poeta cubano José Maria Heredia, morto in esilio dopo aver lottato per una Cuba libera, ma vanno bene per ogni tempo. “Nessuna poesia rovescerà mai un tiranno. Ma gli lascia un segno, a volte indelebile”, aggiunge.

Guillermo Cabrera Infante scrive e lascia segni indelebili sulla pelle del tiranno, è il suo compito, la sola cosa che sa fare. Nel 1952 scrive un racconto che non piace ai censori del regime, lo considerano osceno e lo sequestrano su tutto il territorio nazionale. Guillermo come pena accessoria si vede proibire la possibilità di firmare opere di narrativa, articoli e saggi, divieto che aggira ricorrendo allo pseudonimo di G. Caín, desunto per contrazione dal suo vero nome. Il cinema diventa il suo amore più grande, forse affascina lo scrittore più della stessa letteratura, perché le immagini esprimono con immediatezza le sensazioni. Nel 1954, Guillermo diventa il giovane critico cinematografico della rivista Carteles, come racconta nel romanzo autobiografico Cuerpos divinos, uscito postumo per merito di Miriam Gómez, la seconda moglie. Firma i pezzi con lo pseudonimo che ormai lo caratterizza e che non abbandonerà mai, perché in futuro scriverà sceneggiature cinematografiche come G. Caín. Carteles sarà parte integrate della sua giovinezza, la redazione della rivista lo accoglierà fino al 1960 e sarà proprio da lì che porterà avanti amicizie e incontri sentimentali, unendo lavoro e passioni come leitmotiv della sua vita.

Marta Calvo è la prima moglie che sposa nel 1953 e dal matrimonio nascono le due figlie Ana e Carola, ma nel 1958 conosce l’amore della sua vita, l’attrice cubana Miriam Gómez, che sposa nel 1961, dopo aver divorziato dalla prima moglie. Non è un esempio di fedeltà Guillermo, prerogativa di molti cubani, ma Miriam Gómez sarà la sua compagna per tutta la vita, dobbiamo alla sua lungimiranza se possiamo leggere Cuerpos divinos, nonostante il romanzo racconti storie di tradimenti e di rapidi amori vissuti dallo scrittore con affascinanti ragazze avanere.

Guillermo Cabrera Infante è figlio di comunisti, odia Batista con tutto il cuore, lo considera un dittatore incolto e arrogante, appoggia la Rivoluzione e pensa che i barbudos di Fidel Castro porteranno una ventata d’aria nuova in una realtà asfittica. Per alcuni anni le cose vanno bene, viene nominato direttore del Consiglio Nazionale della Cultura, dirigente dell’Istituto del Cinema e vice direttore della rivista Revolución, diretta da Carlos Franqui. Cabrera Infante dirige il supplemento letterario, il mitico Lunes de Revolución che ancora oggi è ben impresso nell’immaginario collettivo se si pensa che un giovane cubano come Orlando Pardo Lazo intitola il suo irriverente blog Lunes de Post Revolución. La rivista e il suo supplemento sono destinate alla chiusura. Troppo indipendenti e idealiste, lontane anni luce dalle idee di Fidel Castro che non tiene in nessun conto le istanze di libertà e di sviluppo culturale. L’intellettuale deve restare nel solco tracciato dalla Rivoluzione, come avrebbe capito alcuni anni dopo anche Heberto Padilla, condannato e isolato per il coraggioso Fuera del juego. Tra Guillermo Cabrera Infante e il regime instaurato da Fidel Castro non può che esserci una breve luna di miele, al termine della quale i sogni si trasformeranno in realtà e ognuno prenderà la sua strada. Un cortometraggio del 1960 che descrive il modo di divertirsi di un gruppo di avaneri è la pietra dello scandalo, perché è girato da Orlando Jiménez Leal e da Sabá Cabrera, fratello dello scrittore. Fidel Castro non lo apprezza, non ha scopi didattici, non serve a educare alla rigida morale comunista, anzi, mostra al pubblico comportamenti riprovevoli. Nel 1961 il cortometraggio viene sequestrato e proibito, così Guillermo vive nei panni del fratello una situazione negativa già provata sulla sua pelle ai tempi di Batista. Si rende conto che la censura esiste ancora, purtroppo, forse più forte di prima, la sola differenza è che altri detengono il potere, ma gli intellettuali danno sempre fastidio. Guillermo polemizza con la decisione sulle pagine di Lunes de Revolución, ma ottiene l’effetto che la rivista viene fatta chiudere al più presto. Fidel ha già pronto il quotidiano del partito unico che si chiamerà Granma e il supplemento settimanale Juventud Rebelde, anima dei giovani comunisti. Sarà questa la nuova stampa cubana, insieme a Trabajadores, rivista del sindacato unico, chiusa a ogni libera espressione del pensiero e orientata da direttive governative.

Gli intellettuali non godono di nessuna libertà con la Rivoluzione. Fidel Castro lo dice con chiarezza in una frase del famoso discorso Parole agli intellettuali, pronunciato il 30 giugno 1961: “All’interno della Rivoluzione è consentito tutto. Fuori della Rivoluzione, niente!”. Di fatto questa frase sancisce l’esilio di Guillermo Cabrera Infante, inviato a Bruxelles come addetto culturale dell’ambasciata cubana perché scomodo in patria. In Belgio scrive Un oficio del siglo XX (1963), vive per tre anni nella capitale insieme alle due figlie e alla seconda moglie Miriam Gómez. Certo, il Belgio per un cubano sembra proprio l’altra faccia della Luna, ma lui accetta la nuova destinazione di buon grado. Torna a Cuba nel 1965, in seguito alla morte improvvisa della madre, ma viene arrestato dal controspionaggio e trattenuto a Cuba per quattro mesi. Guillermo si rende conto di quanto sia cambiata L’Avana, trasformata dalla dittatura in una città triste, percorsa da uomini e donne che vagano senza meta come zombi. Non riconosce più quella città piena di luci e di vita che aveva lasciato per trasferirsi a Bruxelles. Comprende che non potrà più vivere a Cuba e gli resta come unica scelta un esilio definitivo. Vive a Madrid e a Barcellona, ma la Spagna non è il luogo ideale, perché governa un dittatore come Franco, che non lo vede di buon occhio. La scelta definitiva è Londra, così diversa dalla sua Avana, ma almeno è una terra libera, dove si parla una lingua sconosciuta che imparerà così bene da poter scrivere romanzi e articoli in inglese. Cabrera Infante si sente solo senza la sua gente, perché ama il popolo cubano come fa capire in Tre tristi tigri, un romanzo di complessa lettura, scritto nei diversi dialetti che si parlano a Cuba, facendo ricorso a una serie di giochi di parole e di significati che si rincorrono tra loro. L’autore ama questo modo di scrivere e lo utilizza per far capire il profondo legame con la terra che l’ha generato, un’isola che fa del caos il suo stile di vita, abitata da persone che affrontano l’esistenza con disinvoltura, senza programmi, burlandosi della realtà, invece di accettarla drammaticamente, trasformandola in un’occasione per sorridere.

Nel 1968 la rivista Primera Plana realizza una serie di interviste a scrittori latinoamericani che vivono in Europa ed è in quella occasione che Cabrera Infante esprime pubblicamente le sue perplessità sulle contraddizioni di Cuba e del castrismo. È la prima volta che racconta il suo nuovo incontro con un’Avana triste e sgradevole, ma lo fa con la stampa internazionale e la cosa non passa sotto silenzio in patria. Cabrera Infante è espulso dall’Unione degli Scrittori e degli Artisti di Cuba (UNEAC) e dichiarato traditore della patria. Lo scrittore ha deciso che il suo futuro dovrà essere libero da vincoli e da regimi assoluti, la sola cosa che gli interessa è potersi esprimere senza remore di sorta. L’ostracismo di Fidel Castro serve soltanto a rendere amaro il suo soggiorno distante che si protrarrà fino alla morte.

Nel 1968 pubblica a Londra Tres tristes tigres (Tre tristi tigri), primo romanzo di successo, da lui definito scherzosamente TTT e in origine intitolato Ella cantaba boleros (Lei cantava boleri). Il romanzo è una nuova versione leggermente modificata del vecchio lavoro Vista del amanecer en el trópico (Visione di un’alba tropicale) e si caratterizza per l’uso ingegnoso del linguaggio che introduce molti cubanismi presi dal parlato, oltre a basarsi su continui riferimenti e citazioni di altre opere letterarie. Tre tristi tigri racconta la vita notturna di tre giovani nell’Avana del 1958, ma nonostante tutto l’opera viene qualificata dal governo cubano come controrivoluzionaria e vietata su tutto il territorio nazionale. Il destino di un vero scrittore è quello di essere inviso al potere, Cabrera Infante non fa eccezione alla regola e come novello Heredia lascia un segno indelebile sul volto del tiranno.

La vita di Cabrera Infante scorre nella grigia Londra tra le passioni di sempre, scrittura e cinema, abbozza sceneggiature, scrive The Lost City, il film della sua vita realizzato da Andy Garcia che non farà in tempo a vedere. Non tornerà mai più a Cuba, fedele come pochi alle sue idee e a una rigida dirittura morale. Vive per le sue opere e per il cinema, polemista eccellente, ironico manipolatore del linguaggio, lavoratore infaticabile della parola.

Nel 1970 l’amore tra Guillermo Cabrera Infante e il cinema diventa realtà consolidata perché lo scrittore si trasferisce a Hollywood dove si dedica a sceneggiature interessanti come quella del film tratto da Sotto il vulcano di Malcom Lowry, ma la sceneggiatura della sua vita è dedicata a un’isola che non rivedrà. Nel 1972, Tre tristi tigri viene tradotto in inglese ed è pubblicato a Londra con il titolo Three trapped tigers. Forse il riconoscimento letterario è un’anticipazione della cittadinanza britannica che ottiene nel 1979, anche se la sua opera fondamentale si apprezza a fondo soltanto in spagnolo.

Il Premio Cervantes che gli viene assegnato nel 1997 riconosce la sua grandezza nell’ambito della letteratura ispanica e non ci sono dittatori né ostracismi che tengano. Cabrera Infante è uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi che si sono espressi in lingua spagnola. Nel 2003 fa in tempo a ottenere il Premio Internazionale della Fondazione Cristóbal Gabarrón per la letteratura. Poi la salute non lo assiste, viene ricoverato più volte al Chelsea and Westminster Hospital di Londra in seguito alla frattura di un’anca. In ospedale contrae una setticemia e muore proprio di quella malattia, il 21 febbraio del 2005, all’età di 75 anni. A Cuba non viene neppure data la notizia della sua morte, ma verrà il giorno in cui qualcuno dovrà fare i conti con la storia e riparare a troppi torti.

“Mi spinsero alla fuga la svolta totalitaria, la censura, i processi e le condanne contro gli oppositori politici che avevano partecipato alla guerriglia. Come molti cubani credetti nelle buone intenzioni di Castro fino a quando, dopo averle promesse per aprirsi la strada verso il potere, disse che le elezioni democratiche erano superflue. Tardai qualche anno nel disfarmi dei legami perché è molto più difficile abbandonare il proprio paese che rinunciare all’appartenenza a un partito. E, per me, a quell’epoca, uscire dal partito poteva significare solo l’esilio, un lunghissimo esilio”.

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

De Gibara a Londres – La vida exilada de Cabrera Infante

 

 

Guillermo Cabrera Infante nace en Gibara el 22 de Abril de 1929, en una pobre pequeña ciudad de la provincia de Oriente que todavía no ha descubierto la fascinación del cine pobre de Humberto Solás.

En los años Treinta en Gibara todo es pobre, no sirve un festival de cine, se respira miseria mezclada al perfume salobre que llega del paseo marítimo Océano Atlántico, cabeza del Caimán que empuja las fauces en un caliente mar tropical, se convertirá en provincia de Holguín, pero ahora territorio de confín, remoto país acariciado por vientos orientales y por inclementes tormentas de lluvia.

Guillermo Cabrera hace el periodista y transmite a su hijo junto al nombre de bautizo la pasión por la escritura también. Zoila infante es su compañera de vida y de lucha política, en la pequeña ciudad de Gibara son ellos mismos los intrépidos que abren una sección del Partido Comunista, fundado en La Habana en 1925 por un personaje romántico como Julio Antonio Mella.

No es la temporada ideal para ser comunista, son los años de Machado, el dictador más horrible de la historia de Cuba. La pareja Cabrera Infante es detenida en 1936, acusada de actividades subversivas, con su hijito que solo tiene siete años y que por algunos días tiene que conocer la inclemencia de una prisión. La policía provincial de la dictadura machadista son las temidas Guardias Rurales, las que entran en casa de Infante y hacen tabla rasa, armas en las manos, capturan la madre y el hermano, destruyen muebles y enredes domésticos,  queman libros y expedientes de partido.

El padre no está en casa, pero se entregará a la policía de Santiago- quinientos kilómetros a sur-oeste de Gibara – en cuanto sepa de la detención de su mujer, mientras el niño será encomendado a los abuelos hasta el día de la liberación.

Gibara empieza a quedar estrecha a la familia de Guillermo, la provincia no es el lugar ideal para seguir con la lucha política, pero sobre todo no está bien para la educación cultural de un hijo tan prometedor. La Habana parece ser la elección justa, vivida como un sueño lejano, grande ciudad asomada al Océano Atlántico, acotada por un muro de granito, entre el mar y los sueños lejanos.

Estamos en el 1941, Guillermo tiene solamente 12 años cuando por primera vez ve a La Habana, ciudad de su formación cultural y humana con la que siempre quedará atado por un vínculo indisoluble. Atiende la escuela secundaria cuando por primera vez un profesor le habla de la Odisea, cuenta el regreso de Ulises a Ítaca y cita el episodio del perro Argos que se muere por la felicidad de volver a ver su patrón. Guillermo se emociona muchísimo, nunca había escuchado una historia tan bella, es el estímulo decisivo para que empiece a interesarse en la literatura.

En el bachillerato el joven Cabrera Infante es un eficiente estudiante de historia de la literatura, no solamente española y cubana, sino de todos los tiempos y latitud. En 1947 se topa con El Señor Presidente, grande romance de Miguel Ángel Asturias, y decide hacer una suerte de parodia de la obra maestra escribiendo una narración con el mismo título. Tiene sólo dieciocho años, pero puede utilizar los mismos elementos literarios que Asturias introduce en el texto, sobre todo repeticiones, sonidos, sílabas, asonancias, imitando el estilo.

Guillermo lo envía a Bohemia, la revista más popular de Cuba, casi como un juego y con grande sorpresa ve publicar su pequeña broma literaria. Empieza su aventura entre las palabras, que con el tiempo se convertirá en una profesión, quizás sería mejor decir en una obsesión. Ya, porque la cruz de un escritor es precisamente el no poder transcurrir un solo día sin haber escrito algo, que sea un artículo, un pensamiento, una reflexión, una página de romance, una narración. No tiene la mínima importancia cual cosa, el importante es escribir.

En 1947 el pequeño Guillermo solo tiene dieciocho años, vive las calles de una capital desconocida y famélica que tan bien describirá en las páginas de La Habana para un infante Difunto, ama escribir relatos y como todos lo chicos no sabe lo que hará de su vida. Su primera opción universitaria se dirige hacia la facultad de medicina, pero la corrige pronto porque la materia no es para él, tan inclinado al razonamiento literario, a la jocosa intuición de la palabra. En 1950, Guillermo se matrícula en la facultad de periodismo – en Cuba existía y existe hoy en día también aunque a un italiano pueda parecer algo imposible- siguiendo las huellas de su padre. Entiende que su vida son el cine y la literatura, dos amores que lo acompañarán para toda su vida, quizás los únicos amores que nunca traicionará, con las mujeres no será tan fiel.

En Cuba cae Machado y se impone en el poder Fulgencio Batista – un sargento mulato que se autonombrará general – en un primer tiempo gracias a las libres elecciones y a el apoyo del Partido Comunista, luego gracias al golpe más rápido de la historia, llevado a cabo arriba de cuatro coches con la ayuda de diecisiete oficiales.

El partido de Acción Unificadora (PAU) que hace cabo a Batista auspicia desde tiempo la imposición de una dictadura para que se instaure otra vez el orden en el país. Batista sube al poder sin disparos ni hostilidades, se proclama jefe de Estado sin esparcir ni una gota de sangre, al final de lo que los cubanos con ironía llaman “el golpe del sun-sun”, refiriéndose a una canción que habla del sun-sun, un discreto pajarito madrugador. Los escritores nunca quedan simpáticos a los dictadores, son dolorosas espinas clavadas en las espaldas, porque el poder es como una droga y emborracharse de historia puede ser su efecto peor. Son palabras del grande poeta cubano José Maria Heredia, muerto en exilio después de haber luchado por una Cuba libre, pero quedan bien en cualquier tiempo. “Ninguna poesía volcará nunca un tirano. Pero le deja un señal, a veces indeleble”, añade. Guillermo Cabrera Infante escribe y deja señales indelebles en la piel del tirano, es su tarea, lo único que sabe hacer. En 1952 escribe un relato que no gusta a los censores del régimen, lo consideran obsceno y lo secuestran en todo el territorio nacional. Guillermo como pena ulterior ve prohibirse la posibilidad de firmar obras de narrativa, artículos y ensayos, prohibición que evita haciendo recurso a lo seudónimo de G. Caín, obtenido de la contracción de su verdadero nombre.  El cine se convierte en su amor más grande, quizás fascina el escritor más de la misma literatura, porque las imágenes expresan con inmediatez las sensaciones. En 1954, Guillermo se convierte en el joven crítico de cine de la revista Carteles, como cuenta en el romance autobiográfico Cuerpos divinos, publicado póstumo gracias a su segunda mujer. Firma las piezas con el seudónimo que ahora lo caracteriza y que no abandonará nunca, dado que en futuro firmará las escenografías cinematográficas como G. Caín. Carteles será una pieza importante de su juventud, la redacción de la revista lo acogerá hasta el 1960 y será precisamente a partir de allí que tendrá nuevas amistades y encuentros sentimentales, juntando trabajo y pasiones como leitmotiv de su vida. Marta Calvo es la primera mujer que casa en 1953, del matrimonio nacen dos hijas, Ana y Carola, pero en 1958 conoce el amor de su vida, la actriz cubana Miriam Gómez, que casa en 1961, después de haber divorciado de su primera pareja. No es un ejemplo de fidelidad Guillermo, prerrogativa esta de muchos cubanos, pero Miriam Gómez será su compañera por toda la vida y debemos a ella la publicación de Cuerpos divinos, a pesar de que el romance cuente historias de traiciones y fugaces amores vividos por el escritor con fascinantes muchachas habaneras. Guillermo cabrera es hijo de comunistas, odia a Batista con todo su corazón, lo considera un dictador inculto y arrogante, apoya a la Revolución y piensa que lo barbudos de Fidel Castro llevarán un aliento de aire nuevo en una realidad asfixiante. Por algunos años las cosas van bien, recibe la nomina de director del Consejo Nacional de la Cultura, gerente del Instituto de Cine y vice director de la revista Revolución, dirigida por Carlos Franqui. Cabrera Infante dirige el suplemento literario, el mítico Lunes de Revolución que hoy también queda  bien imprimido en el imaginario colectivo si se piensa que un joven cubano como Orlando Pardo Lazo titula su blog Lunes de Post Revolución.

La revista y el suplemento cerrarán. Demasiado independientes e idealistas, lejos de las ideas de Fidel Castro, que no considera las instancias de libertad o de desarrollo cultural. El intelectual tiene el obligo de quedarse en el binario marcado por la Revolución, como también entenderá años después Herberto Padilla, condenado y aislado por el coraje de su Fuera del juego. Entre Guillermo Cabrera Infante y el régimen de Fidel Castro hay sólo una breve luna de miel, al final de la cual cada uno seguirá por un camino distinto. Un cortometraje de 1960 que dibuja la diversión de un grupo de habaneros es el elemento que provocará la ruptura, porqué rodado por Orlando Jiménez Leal y Sabá Cabrera, hermano del escritor. A Fidel no le gusta, no tiene intentos didácticos, no sirve para educar a la rígida moral comunista, más bien describe la mala conducta de la sociedad habanera. En 1961 el cortometraje es secuestrado y prohibido, así que Guillermo revive, en la piel del hermano, la misma situación de dolor vivida durante la dictadura de Batista. La censura todavía existe y desgraciadamente más fuerte que antes, los que detienen el poder quieren callar los incómodos intelectuales. Guillermo critica esta decisión en las páginas del Lunes de Revolución, pero el único resultado que obtiene es el cierre de la revista. Fidel ya tiene listo el nuevo diario del partido único, que llamará Granma con el suplemento semanal Juventud Rebelde, alma de los jóvenes comunistas. Ésta es la nueva prensa cubana, lejana a cualquier forma de expresión de ideas y dirigida por directivas gobernativas. En la Revolución, los intelectuales ya no tienen libertad y Fidel Castro lo hace entender claramente en una frase que bien sintetiza el famoso discurso Palabras a los intelectuales, hecho el 30 de junio de 1961: “Dentro de la Revolución todo es permitido, fuera de la Revolución, nada!”.

De hecho, con esta frase empieza el exilio de Guillermo Cabrera Infante, exiliado a Bruselas como encargado cultural por la embajada cubana porque incómodo en la capital Habana. En Bélgica escribe Un oficio del siglo XX (1963), quedándose en la capital con las dos hijas y la segunda mujer Miriam Gómez. Claramente, Bélgica para un cubano es la otra cara de la luna, pero Guillermo acepta el exilio con buena voluntad. Vuelve a Cuba en 1965, fecha de la muerte de su madre, pero es encarcelado por contraespionaje y se quedará en la cárcel cuatro meses. A la vuelta, además de la aventura en la cárcel, Infante se da cuenta de que la Habana ha cambiado, transformada por la dictadura en una ciudad triste, recorrida por hombres y mujeres que andan como zombies. No reconoce la ciudad llena de luces y de vida que había dejado moviéndose a Bruselas. Se da cuenta que ya no puede vivir en Cuba y la única elección que tiene es la de volver a exiliarse. Vive en Madrid y en Barcelona, pero España no es la solución ideal porque allí también opera un dictador, Franco, que no está de acuerdo con su pensamiento. La elección definitiva es Londres, tan diferente de su Habana, pero libre, donde hablan un idioma diferente pero que aprenderá tan bien y que le permitirá escribir libremente. Cabrera Infante se siente solo sin su gente, ama los cubanos, como bien notamos en Tres Tristes Tigres, una novela compleja escrita en los dialectos hablados en Cuba, que utiliza juego de palabras y diferentes recursos lingüísticos. El autor ama esta manera de escribir y la utiliza para transmitir el vínculo profundo con la tierra que lo ha parido, con una isla que hace del caos la manera de vivir, poblada por personas que se enfrentan a la vida con confianza, sin planes, burlándose de la realidad, en vez de aceptarla dramáticamente, transformándola en una oportunidad para sonreír.

En 1968 la revista Primera Plana realiza una serie de entrevistas a escritores suramericanos que viven en Europa. En una de estas entrevistas Cabrera Infante expresa públicamente sus perplejidades acerca de las contradicciones de Cuba y del castrismo. Es la primera vez que cuenta su encuentro con una Habana triste y desagradable, pero lo hace con la prensa internacional y la cosa preocupa bastante en Cuba. Infante es expulsado por la Unión de los Escritores y Artista de Cuba (UNEAC) y es declarado traidor de la patria. El escritor decide que su futuro tiene que ser libre, que ya no tiene cadenas de vínculos y regímenes dictatoriales, la única cosa que quiere es poder expresarse con libertad y sin miedo. El ostracismo de Fidel Castro sirve sólo para amargar su estancia lejana que perdurará hasta la muerte.

En 1968 publica en Londres Tres tristes tigres, primera novela de éxito, que el mismo autor llama TTT y que en origen se llamaba Ella cantaba boleros. La novela es una nueva versión de la vieja obra Vista del amanecer en el trópico y se caracteriza por el uso de un lenguaje ingenioso que introduce muchos cubanismos del habla común y añade además citas de otras obras literarias. Tres tristes tigres cuenta la vida nocturna de tres jóvenes en la Habana de 1958, y no obstante fue calificada desde el gobierno cubano como contrarrevolucionaria y fue prohibida en todo el territorio nacional. El destino de un verdadero escritor es lo de ser contrario al poder, Cabrera Infante no es una excepción y como si fuera un nuevo Heredia deja una huella indeleble en la cara del tirano. La vida de Cabrera Infante transcurre en la gris Londres, entre las aficiones de toda la vida, el cine y escribir, compone guiones y escribe The Lost City, la película de su vida hecha por Andy García que critica en cada ocasión posible el régimen castrista. Desgraciadamente no tendrá la suerte de llegar a tiempo para verla.

Nunca más volverá a Cuba, fiel a sus ideas y a una rígida rectitud moral. Vive para sus obras y para el cine, polémico y excelente, irónico y manipulador del lenguaje, incansable obrero de la palabra.

En 1970 el amor entre Guillermo Cabrera Infante y el cine se vuelve realidad y el escritor se muda a Hollywood dedicándose a interesante guiones, como él de la peli Bajo el volcán de Malcom Lowry. Pero el guión de su vida está dedicado a una isla que nunca más volverá a ver. En 1972 Tres tristes tigres es traducido al inglés y publicado en Londres con el título Three trapped tigers. Quizás la apreciación literaria es una anticipación de la ciudadanía británica que llegará en 1979, aunque su obra cumbre se aprecia completamente sólo en español.

El premio Cervantes llegará en 1997 reconociendo su altura en el campo de la literatura española sin que dictadores y ostracismos puedan con ésta. Cabrera Infante es uno de los mayores escritores españoles. En 2003 llega a tiempo para obtener el Premio Internacional de la Fundación Cristóbal Gabarrón de literatura. Luego empezarán los problemas de salud, es hospitalizado en el hospital de Chelsea y de Westminster de Londres para una ruptura del anca. En el hospital contrae una septicemia que lo llevará a la muerte el 21 de Febrero de2005 alos 75 años. En Cuba tampoco circula la noticia de su muerte, pero pronto llegará el día en que alguien pagará para sus errores.

“A la huida me empujó la vuelta totalitaria, la censura, los procesos y las condenas contra de los opositores políticos que habían participado a la guerrilla. Como muchos de los cubanos he creído en las buenas intenciones de Castro hasta cuando,  llegando al poder, dijo que las elecciones demócratas eran inútiles. Me demoré unos años para dejar atrás  los vínculos porqué es mucho más difícil dejar tu propio país que renunciar a la pertenencia a un partido. Y, para mí, en aquella época dejar el partido significaba sólo una cosa, el exilio, un larguísimo exilio”.

 

Gordiano Lupi (Piombino, Italia – 1960). Periodista de La Stampa de Torino. Traductor de Alejandro Torreguitart Ruiz, Yoani Sánchez, William Navarrete, Felix Luis Viera, Heberto Padilla, Rafael Bordao y otros escritores cubanos. Escribe ensayos sobre el cinema italiano por la editorial Profondo Rosso de Roma. Escribe sobre www.tellusfolio.it columnas sobre cultura y politica cubana, cinema y literatura italiana. Escribe un blog sobre Cuba: Ser cultos para ser libres (www.gordianol.blogspot.com) y un blog de cinema, dedicado a Guillermo Cabrera Infante: La cineteca de Caino (http://cinetecadicaino.blogspot.com/). Entre sus trabajos mas distacados: Nero tropicale (Il Foglio, 2000) – cuentos cubanos -, Orrori tropicali (Il Foglio, 2002) – cuentos de horror cubano -, Cuba Magica (Mursia, 2003) – ensayo sobre la santeria – , Un’isola a passo di son (Bastogi, 2004) – sobre la musica cubana -, Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006) – sobre el periodo especial y la Cuba cotidiana – , Mi Cuba (Mediane, 2008) – ensayo fotografico sobre Cuba – , FelliniA cinema greatmaster (Mediane, 2009), Sangue Habanero (Eumeswil, 2009) – novela negra cubana – , Una terribile eredità (Perdisa, 2009) – novela negra cubana – , Per conoscere Yoani Sánchez (Il Foglio, 2010) – biografia de la bloggera cubana – , Fidel Castro – biografia non autorizzata (A.Car, 2010) – vida y obras de un dictador. Traduce el blog Generación Y de Yoani Sánchez e es el traducotor para Rizzoli de su primer libro italiano: Cuba libre – Vivere e scrivere all’Avana (2009). Web: www.infol.it/lupi. E-mail: lupi@infol.it

 

Traduccion al español de Barbara La Torre y Francesca Desogus

Rivista da Rafel Bordao, poeta cubano residente a New York

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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